Gazzetta di Modena

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«Mio padre ha lottato per la dignità Voleva poter andare a testa alta»

Elisa Pederzoli

Il ricordo nelle parole del figlio: «Se è andato sereno e lucido» Funerale in forma privata per il Covid: «Per lui è come la guerra» 

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la testimonianza

Elisa Pederzoli

«Mio padre se ne è andato sereno e lucido fin quasi all’ultimo: quello che desiderava. Lui voleva ricongiungersi alla moglie e a sua figlia. E ha avuto la fortuna che pochi giorni fa ha fatto in tempo a ricevere l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica da parte del Presidente Sergio Mattarella, cosa che gli ha fatto enormemente piacere considerando la grandissima stima che aveva per il presidente».

Vuole innanzi tutto ringraziare tutti coloro che in queste ore stanno facendo arrivare alla sua famiglia messaggi di solidarietà il figlio di Germano Nicolini, Fausto. Consapevole che il lutto per la sua scomparsa non è solo un fatto personale, ma un sentimento condiviso: perchè il Comandante Diavolo, per la vita che ha vissuto e l’eredità che lascia, era e tanto anche della sua comunità, del suo Paese.

«Gli aveva fatto molto piacere incontrare il Presidente a Carpi tre anni fa – ricorda – Lui era orgogliosissimo di questo incontro, anche perché realmente lo stimava tantissimo come persona e come politico. Questa onorificenza non deve essere considerata un risarcimento per quello che ha patito, ma un riconoscimento per quello ha dato, secondo me, alla causa del suo Paese. Al di là delle vicissitudini che ha vissuto: lui ha sempre creduto in questo Paese e lo ha dimostrato anche negli ultimi anni incontrando tantissimi giovani nelle scuole, andato in Veneto, in Sardegna, in Toscana, nelle università, nei licei. E tanti giovani venivano a casa sua. Lui ha sempre difeso gli ideali della Costituente, della democrazia, ciò in cui ha sempre creduto e combattuto. Non ha mai avuto un pregiudizio verso le categorie, non ce l’ha mai avuta con la magistratura, con la Chiesa, teneva distinte le persone dalle idee: questo gli ha consentito di superare tante vicende, anche quando è rimasto isolato, abbandonato un po’ da tutti. Sapeva che erano vicende di uomini, non ha mai abbandonato gli ideali in cui ha creduto fino all’ultimo».

“HA Combattuto per la dignita’”

Nicolini li ricorda, questi momenti, anche se era solo un bambino. «Mio padre nel suo paese era riconosciuto e stimato. Certo non da tutti: anche allora c’erano le fazioni politiche, non tutti conoscevano perfettamente la verità anche se molti la conoscevano. Io, devo dire, non ho mai patito un ostracismo, anche da amici di famiglie di altre idee politiche ho percepito che c’era stima verso mio padre» racconta. «È chiaro – va avanti – che lui ha sempre combattuto per la dignità davanti a tutti, davanti alla società. Non gli bastava la solidarietà di amici e conoscenti, ha sempre voluto combattere per riacquisire la dignità anche quando sembrava che tutto gli andasse contro, anche quando gli dicevano che era impossibile la revisione del processo, perché ne erano state fatte solo quattro in un secolo e lui non poteva essere il quinto...».

Il riferimento è all’omicidio di don Pessina, di cui il Diavolo è stato ingiustamente condannato a 22 anni di carcere, ma per il quale invece la revisione l’ha ottenuta arrivando anche all’assoluzione piena, per non aver commesso il fatto. Ma ci sono voluti quasi 50 anni per avere giustizia.

I DIRITTI CIVILI TOLTI

«Eppure – va avanti il figlio Fausto Nicolini – per anni ha combattuto. Quando, vicenda nota, gli proposero di espatriare in Cecoslovacchia ha preferito tornare in galera: aveva già fatto 7 anni, gliene aspettavano altri dieci. Non voleva perdere il diritto di proclamarsi innocente. Quella vicenda ha pesato, ha rovinato la sua vita di giovane sindaco, di chi aveva combattuto, di chi era stato nominato per la medaglia al valore militare. Anche il re gli aveva chiesto di entrare nella sua guardia personale visto che era stato ufficiale dell’esercito. Ma quello che a lui pesava di più è stato il fatto che gli avessero tolto i diritti civili: non ha potuto votare per più di 45 anni per una Repubblica che lui, nel suo piccolo, aveva contribuito a fare. Questa perdita di tutti i diritti civili, il fatto di essere stato degradato dall’esercito, il fatto che gli fosse stata di fatto tolta la medaglia, poi restituita, erano per lui molto più rilevanti che il problema economico che la famiglia ha dovuto affrontare: con il capofamiglia in carcere per 10 anni, che ha dovuto affrontare tante spese legali. Mia sorella (scomparsa pochi anni fa, ndr) nacque 3 giorni dopo al giorno in cui venne arrestato. Io 11 anni dopo di lei, quando fu scarcerato».

PRECURSore DELLA RICONCILIAZIONE

Gli aneddoti sono tanti e tutti raccontano lo spessore di un uomo. «Era in carcere con Bube e con un comandante delle brigate nere, un famoso medico bolognese con il quale c’era rispetto reciproco anche se avevano combattuto l’uno contro l’altro nelle stesse battaglie. La cosa che lui mi ha sempre insegnato è saper distinguere le persone senza partire da pregiudizi ideologici, per lui ci si poteva confrontare con tutti, per lui era la persona che contava. Lo dipingono come un precursore della riconciliazione – racconta – famosa è la storia della Mensa del reduce: consentì l’accesso anche ad ex fascisti che non si erano macchiati di delitti. Cosa che in qualche modo non piacque molto agli altri, ma lui da persona pragmatica diceva: c’è povertà, molte armi in giro, gente che ha fame, evitiamo cose spiacevoli. Ci sono tanti episodi che raccontano il carattere, la persona che era: voleva arrivare a girare a testa alta, è riuscito a girare a testa alta».

Il figlio di Nicolini ha avuto un ruolo nella confessione che negli anni ’90 fece del delitto Pessina William Gaiti: «Io non ho fatto nulla. È stato il figlio, il dottor Dario Gaiti, ha convincere il padre a confessare. Io difendevo solo mio padre, lui ha fatto un atto di grande coraggio. Di persone coraggiose e oneste non è che ci siano tante: lui certamente può dire di appartenere a questa categoria».

IL FUNERALE

Il funerale di Germano Nicolini si terrà in forma strettamente privata. Il figlio lo spiega così: «Sono stato dirigente dell’Ausl fino a ieri. Non vuole essere un forma di mancanza di rispetto verso la popolazione che gli ha sempre voluto bene, però sarebbe difficile tenere le distanze ed evitare gli assembramenti. Mio padre avrebbe voluto un funerale degno, ma negli ultimi tempi quando se ne parlava si rendeva conto. Ha detto: “in tempo di guerra come adesso”, perchè paragonava il Covid alla guerra, “non c’è tempo per i funerali”. Anzi diceva che era peggio: in guerra almeno il nemico lo vedi e puoi provare a combatterlo». Nicolini ha lasciato gli incarichi all’Ausl per la pensione pochi mesi fa: «Non immaginavo che sarebbe stato tutto così rapido, però col senno di poi sono contento perchè mi ha consentito di stare più vicino mio padre». —

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