Se lo Stato e la Scienza non bastano Il virus ci impone di diventare adulti
Serve un cambiamento epocale di abitudini, mentalità, stili di vita
L’ANALISI
luca demontis
La storia insegna che la storia non insegna nulla, ma a quanto pare nemmeno la cronaca recente.
Come affrontiamo la seconda ondata? Sbalorditi, innanzi tutto. Dopo aver guardato con sufficienza agli altri continenti dalle nostre spiagge affollate, in un’Europa divenuta primo focolaio mondiale, l’impreparazione non sembra certo un’eccezionalità nostrana, anche se è ormai evidente quanto fosse azzardato cantare le lodi del modello italiano. In un Paese afflitto dalle nostre fragilità storiche, sarebbe stata d’obbligo una maggiore umiltà nel predisporre gli argini, invece dei proclami autoincensatori di un governo vittima del cortisone propagandistico di cui ha bisogno ad ampie dosi per mantenersi in piedi. È ormai evidente come il lungo e faticoso calo dei contagi non fosse dovuto a prodigiosi interventi di contenimento e sorveglianza, ma al rigore con cui gli italiani si sono sottoposti a restrizioni massacranti sul piano economico, sociale e psicologico.
Difficilmente il nostro sistema istituzionale poteva trasmettere un’impressione di maggiore precarietà: con l’arrivo dell’autunno era più che lecito aspettarsi qualche automatismo, un senso anche solo apparente di pianificazione, una gradualità intelligente nell’incremento delle misure precauzionali, invece della più totale estemporaneità dei divieti. L’unica strategia, oltre a quella facile e immediata di chiudere al tramonto i bar e i ristoranti, è stata quella moraleggiante di vietare l’accesso a cinema, teatri, palestre e piscine, come a significare che, pur in mancanza di qualsiasi evidenza scientifica, nei tempi difficili bisogna smettere di svagare il corpo e lo spirito. Perché in fondo gli epidemiologi possono dire quello che vogliono, ma nel sillogismo del senso comune il divertimento è peccato, i peccatori si ammalano, quindi chi si diverte si ammala.
Nella Babele delle ordinanze l’unico messaggio comprensibile è stato la raccomandazione paternalistica di stare a casa il più possibile, ma senza il coraggio di articolarla in prescrizioni specifiche. Dato che in un ordinamento liberale ciò che non è vietato è concesso, non è chiaro come si concretizzi lo strumento giuridico della raccomandazione per Decreto, se non forse nell’abbassare lo sguardo sentendosi almeno un po’ colpevoli davanti a una pattuglia di forze dell’ordine. Non a caso, tra il disordine dei palazzi e gli scontri nelle piazze, si diffonde la pericolosa quanto fallace convinzione che la soluzione sia un qualche compromesso con il modello autoritario della Cina che “ce l’ha fatta”, proprio come negli anni Trenta la pianificazione centralizzata dei totalitarismi sembrava la via d’uscita dalla disoccupazione provocata dalla Crisi del ’29.
Intanto, l’estenuante attesa di un lockdown già scritto da tempo nei numeri e nelle cose è essa stessa lockdown. Lo stillicidio di decreti inefficaci e chiusure parziali è frutto del principio machiavellico per cui i governanti si dichiarano contrari ai provvedimenti impopolari, aspettando il momento in cui i cittadini disperati li invocheranno a gran voce.
Consapevole della propria caduta di legittimazione, il governo ha scelto di non esercitare una posizione di leadership ma di mettersi in coda alle paure degli italiani, in attesa di attribuire al frastuono delle ambulanze la responsabilità oggettiva dell’inevitabile serrata, perché non sembri intenzionale ma appaia dovuta a cause di forza maggiore, come l’interruzione delle crociere quando il mare è agitato.
Non ne esce meglio una larga parte dell’apparato tecnico-scientifico, che con tipica presunzione razionalistica ha impiantato strumenti di monitoraggio sofisticatissimi su precarissimi sistemi di gestione dei dati, come se nelle ASL del Belpaese operassero solo ingegneri matematici esperti in analisi della regressione lineare, e invece le competenze e gli strumenti in dotazione non ponessero spesso grosse difficoltà con le addizioni su Excel e l’invio delle mail, come mostra il fallimento di Immuni. Oggi come a marzo, la spinta all’azione non è certo fornita dall’astrologia esoterica dell’Rt, ma dalle grida d’allarme dei medici di famiglia, dal collasso dei Pronto soccorso e dalla saturazione delle terapie intensive, alle prese non con gli algoritmi ma con le sofferenze della carne viva.
La nuova ondata rivela che le istituzioni politiche e sanitarie, anche ai loro vertici, si muovono in base a logiche molto più semplicistiche di quanto immaginiamo. Nei prossimi mesi tanti di noi si troveranno di fronte a scelte e scenari difficili, che sarà bene affrontare con il giusto scetticismo, diffidando delle promesse miracolose: come il governo potrà aiutare qualche impresa a galleggiare ma non salverà le migliaia che spariranno, così gli scienziati sapranno fornire strumenti di previsione del tutto ipotetici, ma nessuna certezza nemmeno vaga rispetto alla durata dell’emergenza.
Ecco perché il martellante “richiamo alla responsabilità degli italiani” non dovrebbe più ridursi solo alla sacrosanta, quanto puerile, raccomandazione di indossare le mascherine e lavarsi le mani, ma articolarsi nell’appello a una consapevolezza più adulta davanti alla necessità di un cambiamento epocale di abitudini, mentalità e stili di vita, in cui non basta affidarsi fideisticamente allo Stato o agli scienziati, ma c’è davvero il gramsciano “bisogno di tutta la nostra intelligenza” per prepararci alle sfide del prossimo futuro. —
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