«Noi invalidi e con i conti bloccati Come si può andare avanti così?»
Giovanni e la moglie Farije di San Cesario in una casa degradata «Non abbiamo più soldi, qualcuno ci aiuta a sopravvivere»
LA STORIA
SAN CESARIO
«Sia l’invalidità che la disoccupazione: ci hanno bloccato tutti gli assegni! Non posso più prelevare i soldi dal mio libretto postale». È lo sfogo di Giovanni e della moglie Farije, entrambi invalidi, che nell’ultimo mese hanno visto portarsi via le uniche due fonti di reddito, dalle quali dipendevano totalmente. Basta fare pochi passi dalla sede del comune di San Cesario, per conoscere la loro realtà, che sembra così distante dal resto del paese. Le crepe percorrono le pareti dell’intera stanza. Una ventina di metri quadri con al centro il letto, il bagno è uno stanzino cieco, dentro al frigo della frutta e qualche uova, comprati con i punti della Caritas. Tra quelle mura abita la coppia dal 2011. «Non abbiamo più soldi - continua Giovanni - è da un mese che mi hanno bloccato il conto, e a dire la verità, non so neanche il perché. Tiriamo avanti grazie all’aiuto di qualcuno».
Giovanni Puzzone ha 60 anni, ripercorre il suo passato avvolto nel fumo della sua sigaretta. Nel 1998 arriva a Modena, per 20 anni lavora come facchino e tuttofare presso varie cooperative. «Ho abitato per anni a casa del mio ex datore di lavoro, in cambio mi chiese di firmare a garanzia per un prestito presso una banca di Castelfranco». Sostiene di averlo fatto per mantenere il posto, ma dal 2008 è tormentato da un contenzioso sorto con la banca per la firma in favore dell’imprenditore. Quest’ultimo, dopo essere fallito, non si è fatto più trovare. La banca pignora a Giovanni il 20% dello stipendio mensile, fino a quando, quattro anni fa, la perdita dell’uso di uno occhio lo costringe a smettere di lavorare. L’Inail riconosce l’invalidità del 22%, eppure gli viene bloccato il libretto postale. A questo punto, è mistero, perché l’invalidità non è pignorabile.
La moglie, Farije Ismailaj, originaria dell’Albania, è arrivata in Italia nel 2005, precisamente a Firenze, dove ha frequentato corsi di lingua ed informatica. Quindici anni di lavoretti, tra case di cura e servizi di pulizia, fino ad essere assunta, come operaia, all’ItalPizza di Modena. «Anche io ho dovuto smettere di lavorare per via di un tumore alla testa, diagnosticato nel 2010». E poi un’altra beffa del destino la fa tornare sotto i ferri, qualche anno dopo viene operata alla tiroide. «Così la mia invalidità è del 46%. Ho solo diritto a fare dei tirocini a 200€ al mese». Afferma Farije. Due storie di vita complicate, che nove anni fa si sono incrociate, e che in quei venti metri quadri di casa, condividono la loro esistenza. —
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