Gazzetta di Modena

Modena

le conseguenze del cambio climatico 

«Cerchiamo di prevenire la piena del bicentenario»

S.C.

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Saranno sufficienti questi lavori ad allontanare per sempre l’incubo delle piene? Con il cambiamento del clima e le piogge sempre più rare abbondanti, che nei cambi di stagione sembrano monsoni, basteranno gli argini più alti e le sponde più larghe se non ci sarà un dragaggio sistematico, continuo, del fondo dei corsi d’acqua? Oppure i detriti, il fango continueranno ad accumularsi sul fondo, in un circolo vizioso di cui non si vede la fine? Sono queste le domande che si fanno non solo gli abitanti dei Comuni che si affacciano sui fiumi nella Bassa, ma ora anche i residenti nel capoluogo.

L’ultima disastrosa alluvione del 2014, con il suo lascito di lutti e danni, arrivo a lambire Modena e solo per un caso l’acqua invase le case a pochi chilometri da Modena, arrivando a filo degli argini a Ponte Alto.

«La sistemazione dei fiumi è fatta di vari aspetti - mette le cose in ordine l’ingegnere Federica Pellegrini - Da una parte c’è il deflusso delle acque, che in teoria vorremmo tutti regolare anche in caso di piogge eccezionali, di nubifragi come accade sempre più spesso. Dall’altro cì l’uso agricolo e , in montagna, anche l’accumulo per l’energia idroelettrica. Su quest’ultimo aspetto direi che gli enti di gestione degli impianti sono autosufficienti anche se non mancano momenti critici. Per quello che riguarda la portata delle acque invece negli ultimi anni s’è fatta strada la consapevolezza che non dobbiamo progettare e realizzare i lavori di consolidamento solo sulla base della serie storica delle alluvioni.

In altre parole non ci muoviamo solo prendendo come misura il livello massimo della piena più alta. È al lavoro infatti un gruppo di studio multidisciplinare, con gli specialisti di vari settori, per cercare di prevedere le dimensioni ottimali di interventi di consolidamento anche in caso di una piena che potrebbe avvenire una volta ogni duecento anni. Metereologi, geologi, ingegneri idraulici nei vari enti coinvolti e anche nelle università, mettono insieme le loro conoscenze per arrivare a capire cosa può servire, cosa programmare per utilizzare al meglio le risorse limitate. È evidente che se si procede con i rattoppi non si va da nessuna da parte, così come non si possono stanziare fondi dopo le emergenze perchè si spende sempre troppo e male rispetto ai danni subiti, senza risolvere il problema alla radice».

«Collegato a questo - conclude - c’è il problema del clima più arido nella nostra pianura. Le bombe d’acqua sono un danno per l’agricoltura: quindi come possiamo accumulare l’acqua piovana che oggi va al mare al 94% di quello che cade a terra? C’è il grosso tema dei piccoli bacini che possono diventare serbatoi naturali. Magari anche sotterranei, se allestiti con le dovute accortezze, in modo da dare acqua ai campi quando i fiumi sono in secca. Già negli ultimi anni il Po non basta più alle varie regioni della Pianura Padana e quindi dovremo organizzarci di conseguenza».



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