Tomba non ci sta «Aprite le piste da sci Sugli impianti non si rischia nulla»
Il governo sempre più deciso a fissare restrizioni per la montagna Il campione emiliano scende in campo difendendo la sicurezza
IL CAMPIONE
Gianluca pedrazzi
Come in uno slalom lo sci e le stazioni invernali, cercano di evitare i paletti, le bandierine rosse, arancioni, gialle delle restrizioni Covid. Ma si fa dura. Molto dura dopo che il premier Conte e il governo hanno annunciato di non volere un replay del “tana libera tutti” di Ferragosto.
E allora tutta la montagna alza la voce. Ad iniziare dal suo campione Alberto Tomba, emiliano doc, e che sul Cimone ci è cresciuto e ha avuto gli inseparabili amici che lo hanno seguito dai primi trionfi olimpici di Calgary fino al passo d’addio. «Lo sci è per eccellenza sport all'aperto ed individuale: in più, visto come ci si veste quando si va a sciare, non è davvero un problema di mascherine, perché già ora si usano normalmente protezioni della bocca e del viso. E sciando neppure c'è un problema di distanziamento. Uno stop all’apertura degli impianti quest’inverno non lo capisco...», dice sconsolato Tomba. Il cui appello è stato raccolto subito anche dalla campionessa dell’ultima coppa del Mondo, Fwederica Brignone. Le parole dell’Albertone nazionale suonano come un appello alla riapertura degli impianti e che in queste ore vede due fronti contrapposti: da una parte il governo che non vuole un Natale e un inverno che poi dia forza a una eventuale terza ondata della pandemia e dall’altra gli operatori della montagna che temono un inverno in “bianco” e un disastro finanziario.
«Le piste dovrebbero essere aperte, anche se ci sono ovviamente degli accorgimenti da prendere. Per gli impianti non vedo però problemi particolari: dove c'è un seggiovia a due o tre posti si va da soli, se è da cinque si va in tre. E si possono benissimo diminuire e segnare anche i posti sulle cabinovie: non c'è dunque problema a mantenere il distanziamento sugli impianti - aggiunge Tomba dalla casa di famiglia di Castel de Britti, sulle colline bolognesi - Il problema è, semmai quello dell'apres ski e dei rifugi dove si va a bere e mangiare qualcosa dopo una sciata, ma anche in questo caso, come avviene nei ristoranti, si possono limitare gli accessi, con mascherina e distanziamento obbligatori».
Le parole di Tomba piacciono a Luciano Magnani, presidente del Consorzio del Cimone e pure presidente onorario nazionale dei Maestri di Sci, oltre che tuttora a capo dell’organismo regionale. «La Conferenza Stato-Regioni ha ratificato il dimezzamento della portata delle seggiovie e delle cabinovie, sciatori con mascherina quando si è in coda agli impianti, vendita degli skipass giornalieri contingentati. Poi toccherà al Governo e al Cts - interviene Magnani - Ma mi sembra che l’indicazione sia già chiara... No all’apertura facendo finta che il Covid non esista. Cosa penso? Sono parzialmente d’accordo. Una chiusura totale, dopo che il protocollo su cui si è lavorato dà già ampie garanzie, sarebbe un disastro per tutta la montagna. Qui si chiude tutti».
La strada però segnata sembra quella di un cartellino “giallo” che anzichè “arancione”, permetterebbe comunque a impiantisti e albergatori di veder aperta la stagione...
«È l’unica via percorribile -prosegue Magnani - Un compromesso accettabile, se deve proprio essere l’ultima possibilità che concede il governo. Personalmente devo dire grazie al governatore Bonaccini che si sta battendo per difendere la montagna...».
Resta il tema dell’orizzonte con cui immaginare la stagione turistica alle porte. «La prospettiva è aprire a Natale e Capodanno - conclude Magnani - Anche se avremo solo sciatori emiliano romagnoli e i costi per far rispettare i protocolli nell’area degli impianti di risalita, sulle piste, all’esterno e all’interno dei rifugi e per l’accoglienza negli alberghi, saranno ben più alti di un anno normale. Ma almeno speriamo di aprire. Altrimenti è la fine». —
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