Uccise e sfigurò una prostituta: la Procura chiede trent’anni
Scalici si scagliò contro Benedicta Dan a colpi di morsa e gettò il corpo nei campi Per l’accusa la vittima non poté difendersi. L’avvocato: «Ha confessato subito»
Trent’anni di carcere. Una richiesta, quella della Procura al termine del processo abbreviato, appena un gradino sotto l’ergastolo. È stata avanzata ieri mattina dal pm Maria Angela Sighicelli per l’uomo che ha ucciso Benedicta Dan sfigurandole il volto orribilmente con una morsa: Leopoldo Scalici, 42enne, palermitano di origini, tossicodipendente dedito alla cocaina, da molti anni residente a Pavullo e recentemente senza fissa dimora. L’accusa era di omicidio volontario alla quale la Procura ha chiesto di aggiungere due aggravanti per le modalità di questo orrendo delitto: i futili motivi (il motivo del brutale accanimento era che la vittima, una prostituta, doveva restituirgli il denaro dopo la prestazione secondo lui scadente) e soprattutto la “minorata difesa”, ovvero l’incapacità di parare i colpi che l’avrebbero portata alla morte.
Scalici ha assistito al processo da remoto davanti a un computer nel carcere di Parma dove si trova dall’8 aprile 2019. È il giorno in cui è andato dai carabinieri e ha confessato. Il suo difensore, l’avvocato Fernando Giuri, ha invece chiesto il minimo della pena con l’attenuante della piena confessione di questo crimine brutale. Il giudice Andrea Romito chiuderà questo processo in abbreviato il 27 novembre e leggerà la sentenza.
Nessun peso ha infine avuto lo stato di tossicodipendenza da cocaina dell’imputato. Era stato infatti chiarito già in settembre, nel corso dell’incidente probatorio, che la droga - assunta anche quella sera - non poteva aver determinato la volontà omicida dell’uomo né avergli offuscato la capacità di decidere cosa stava facendo e le sue intenzioni omicide. Così ha stabilito la perizia psichiatrica della dottoressa Matilde Forghieri che aveva quindi concluso come Scalici quel giorno fosse in grado di intendere e di volere mentre uccideva Benedicta.
La causa del delitto (parlare di movente è forse eccessivo in questo caso) va ricercata appunto in questo “abietto motivo” della insoddisfazione sull’esito di una prestazione che l’uomo aveva preteso dietro pagamento da Benedicta, 40enne nigeriana, che alla Bruciata aveva caricato sul furgone prestato da un amico di Sassuolo con la scusa di fare dei lavoretti (l’amico era ignaro di tutto ciò che sarebbe accaduto). Invece all’alba di quella domenica di aprile del 2019 dicendosi insoddisfatto Scalici pretese indietro i soldi. La povera Benedicta si oppose alla richiesta sempre più violenta. Scalici prese una morsa da banco e le fracassò la testa uccidendola con numerosi colpi fino a sfigurarla orribilmente. Poi la abbandonò accanto a un fossato di stradello Toni, un viottolo di campagna prima di Albareto. Il corpo straziato venne trovato poco dopo da un residente mentre passeggiava col cane. Le indagini non sono durate a lungo. Infatti, Scalici era già tornato a casa a Pavullo. La madre lo vide stravolto e lui confessò cosa aveva fatto. La madre lo convinse ad andare dai carabinieri e a confessare il suo crimine. E così fece. —
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