Violenza contro le donne, sono 76 le richieste di aiuto
Il centro “Tina” ha fornito assistenza per stalking, percosse e liti coniugali Morena: «Le vittime hanno bisogno di non sentirsi sole». Molte sono sposate
Durante il lockdown, per chiedere sostegno senza farsi scoprire, molte di loro erano costrette ad adottare delle strategie. Chiuse in casa, per parlare con le operatrici del Centro antiviolenza distrettuale Tina, si nascondevano in bagno, oppure andavano sul balcone, o in giardino, per fare quelle telefonate, o mandare quei messaggi di aiuto, ancora più importanti in un periodo che, in molti casi, ha enfatizzato situazioni già difficili.
Dall’inizio dell’anno fino al 30 settembre, sono state 82 le donne che si sono rivolte al Centro, sei gli interventi di emergenza. Nel primo semestre del 2020, le 45 donne che si sono rivolte allo sportello hanno ricevuto complessivamente 100 ore di colloqui in presenza e 150 colloqui telefonici. Dati alla mano, una questione appare lampante.
Anche nel nostro distretto la violenza sulle donne c’è, esiste, e il lavoro del Centro è fondamentale, e lo è stato ancora di più in questi mesi. “Tina” è attivo dal 2018, ma ha già fatto tanto. Nel 2019 sono state accolte 76 vittime di violenza, la maggior parte delle quali ha un’età compresa tra i 25 e i 44 anni e sono di nazionalità italiana (42), molte sposate (38) e con figli (46).
Il fenomeno interessa diverse fasce d’età, come tanti sono i tipi di violenza cui queste donne sono sottoposte.
C’è quella più evidente, quella fisica, che lascia segni e cicatrici nei corpi oltre che nei cuori, c’è lo stalking e c’è la violenza psicologica. E c’è quella economica, che è subdola, perché non si vede e perché, spesso, capita che le stesse vittime ci mettano molto tempo a rendersi conto di ciò a cui sono sottoposte. Persone anche di una certa età, che vanno a fare la spesa e devono chiedere l’autorizzazione per ogni cosa che mettono nel carrello, anche per qualcosa di prima necessità, come un semplice pacco di assorbenti.
Ci sono casi in cui, il carnefice, chiude con un lucchetto la spesa: è lui a decidere cosa mangiare e quando. «Le donne che arrivano al Centro chiedono soprattutto di essere ascoltate – afferma la coordinatrice Loredana Morena – Il loro bisogno principale è quello di non sentirsi sole. Non tutte sono pronte ad uscire dalla violenza. L’operatrice del Centro deve rispettare il tempo di ognuna di loro».
Durante il lockdown il centro non si è mai fermato, e ha anzi incrementato i colloqui via Whatsapp, Skype e Meet, consulenze legali (grazie a 5 avvocate, di cui 3 civiliste e 3 penaliste) e psicologiche: tutto per continuare a fornire sostegno in un momento delicato. I messaggi su Whatsapp si sono rivelati efficaci, specie in quelle situazioni in cui la vittima era costretta in casa e aveva pochi momenti di libertà a disposizione. Importanti sono anche i numeri dei centri di ascolto donne, attivi presso le sedi del centro per le famiglie distrettuali. Fino al 31 ottobre di quest’anno, 91 donne hanno usufruito del servizio. Per 44 di loro, vittime di violenza, sono stati avviati percorsi specifici . —
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