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È morto Diego Armando Maradona

È morto Diego Armando Maradona

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BUENOS AIRES E' morto Diego Armando Maradona

Diego Armando Maradona, riferisce il 'Clarin', sarebbe morto per una crisi cardiorespiratoria mentre si trovava nella casa di Tigres, zona alla periferia dove si trovava dopo essere stato dimesso dalla clinica dov'era stato operato al cervello. Sul posto sono poi sopraggiunte tre ambulanze. «È successo l'inevitabile», scrive il giornale.

«Stento a crederci, sapevo che era stato dimesso. Se ne va un fenomeno, una buona persona, generosa, che amava il calcio. Uno straordinario protagonista, il più grande in assoluto». Così Arrigo Sacchi commenta la scomparsa di Diego Armando Maradona. «Ho tre firme con dedica in un pallone - aggiunge Sacchi - sono quelle di Pelè, Di Stefano e Maradona. Diego ha fatto sognare milioni di persone, le sue giocate erano delle imprese per altri. Giocare contro di lui era difficile, è stato un giocatore che ha evoluto il calcio. Non è mai stato un individualista, se avessi potuto l’avrei allenato volentieri».

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IL MONDO PIANGE UN MITO MONDIALE

«La morte di un Dio». Come uno dei suoi colpi di classe infinita, la notizia del decesso di Diego Armando Maradona ha fatto il giro del mondo in pochi secondi, rimbalzata dai giornali argentini a quelli francesi, dall'Asia all'Africa: perchè col Pibe de Oro se ne va il calcio, come solo lui sapeva incarnare. Appena un mese fa, aveva festeggiato i suoi 60 anni anche Pelè, 20 anni più anziano e un opposto destino da mito, definendolo «grande amico mio» anche se la coppia di eterni rivali a distanza rappresentava facce contrapposte della stessa classe. Maradona ha trascinato l'Argentina alla conquista del Mondiale dell'86, ha regalato sogni e scudetti a Napoli, ha rivaleggiato con Pelè per il titolo di più grande di sempre, soprattutto ha fatto innamorare il mondo.

Da sempre mito e simbolo, è stato infatti anche leader popolare, icona di creatività e ribellione, con la sua faccia da indio e il suo spirito da guerriero che ha combattuto fino a distruggere la sua vita. Un concentrato di sport e umanità, sospeso fra debolezze umane e colpi di classe. Da capopopolo ha unito intere generazioni e spaccato nazioni, come quando alla vigilia della semifinale dei Mondiali del 1990, fra Italia e Argentina, che si sarebbe giocata nel suo San Paolo puntò il dito contro un Paese intero, che «si ricordava di Napoli solo quando c'era da sostenere la Nazionale azzurra».

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È stato talento precoce dell'Argentinos Juniors, eppure Maradona ha vinto persino meno di quanto la sua classe gli avrebbe consentito. E questo perchè non ha mai scelto di far parte di un club dell'alta aristocrazia del calcio. Approdò a 21 anni nel Barcellona e dopo avere subito un gravissimo infortunio nella Liga, per un fallo durissimo di Goicoechea. venne acquistato dal Napoli. Sembrava un veterano, ma aveva solo 24 anni. Maradona arrivò ai piedi del Vesuvio dopo una trattativa di quasi tre mesi, condotta con la solita abilità diplomatica da Italo Allodi: la società partenopea organizzò un 'salutò al pubblico il 5 luglio 1984 e fu amore a prima vista. Quel giorno, allo stadio San Paolo, a Fuorigrotta, 60 mila tifosi pagarono 3 mila lire a testa per veder palleggiare il 'Pibè.

Maradona avrebbe poi regalato al Napoli una Supercoppa italiana, due scudetti, una Coppa Uefa, ricambiando con prodezze stilistiche l'amore di una città , che tutt'ora si tramanda da padre in figlio in una sorta di rituale e virtuale contemporaneità, e che ora è inevitabilmente sotto choc, come e più dell'Argentina, perchè in Diego, prima ancora che in Maradona, e nelle sue mille cadute ha sempre riconosciuto un suo figlio . Da Forcella al Rione Sanità , l'immagine di Diego è ancora stampata sui muri o nei tabernacoli ex voto del popolo. Una divinità pagana, da affiancare al patrono San Gennaro: quel campione che ha sempre detto quel che pensava e pensato quello che diceva è stato un Masaniello contemporaneo.

Diego ha trovato posto al fianco di idoli, suoi e non solo, della potenza mediatica di Fidel Castro, di cui è stato amico quasi inseparabile per un lungo periodo. Da amico degli ultimi, sposò anche la causa palestinese, prima con Yasser Arafat, quindi con Abu Mazen.

Ma all'origine di tutto, c'era il calcio. Il suo calcio. Un linguaggio all'apparenza semplice e perciò universale. Il capolavoro sportivo e di astuzia lo realizzò in Messico - come anche Pelè nel '70 - fra i colori dello stadio Azteca, lo stesso che 16 anni prima aveva ospitato Italia-Germania 4-3. Diego, ai Mondiali 1986, nei quarti di finale contro l'Inghilterra - non un avversario qualsiasi, per via del ricordo ancora fresco della guerra delle Falkland - di fronte alle telecamere di tutto il mondo, beffò Peter Shilton, insaccando il pallone con un tocco di mano. Per l'arbitro tunisino Ali Bin Nasser, il 'Pibè aveva segnato di testa: una decisione che fece impazzire di rabbia gli inglesi.

Poi, a fine partita, l'argentino ammise che quel gol lo aveva segnato «La mano de Dios», non lui. A legittimare il capolavoro messicano, il gol più bello della storia, almeno per la Fifa, con Maradona che, nello stesso match, controlla con un preziosismo a centrocampo, parte con il pallone incollato sul magico sinistro, supera di slancio l'intera difesa inglese - compreso il portiere - e insacca mentre cade. Diego trascinerà poi l'Argentina fino al titolo mondiale, vinto in finale contro la Germania. Non si ripeterà a Italia '90, perdendo in finale proprio contro i tedeschi per un rigore assai discutibile e che fece sciogliere in un pianto rabbioso l'eroe improvvisamente divenuto umano, dopo che agli inni e ai fischi del pubblico romano aveva risposto con un 'hijios de putà in mondovisione.

La sua parabola calcistica si concluse ingloriosamente, con una positività al doping nei Mondiali di Usa '94. Diego accusò la Fifa e puntò il dito contro il nemico di sempre, l'allora presidente Sepp Blatter, reo a suo dire di averlo indotto a rimettersi in carreggiata e poi di averlo tradito. Il suo declino era cominciato in realtà nel 1991, appena un anno dopo il secondo scudetto di Napoli, quando era stato arrestato per detenzione di sostanze stupefacenti.

La sua carriera di allenatore non è stata all'altezza di quella da calciatore. La sua esistenza, ancor prima dell'improvvisa scomparsa di oggi, era spesso rimasta in bilico, causa dipendenze. Come quando fu sospeso fra la vita e la morte la sera del 4 gennaio 2000, per una «crisi di cocaina», come ammise Jorge Romero, il medico che lo salvò. Maradona è stato genio in campo e sregolatezza nella vita, collezionando amori, figli illegittimi e poi riconosciuti, riempendo giornali delle sue polemiche e delle sue vicende. Ha ballato con Raffaella Carrà , è stato showman, fatto scrivere libri densi di episodi, è stato soggetto di film. Rimanendo sempre in piedi anche su piedi d'argilla, fino all'ultima caduta  

I successi, i soldi, le donne, i guai con il fisco, i problemi di salute, e un unico grande amore, il pallone. Diego Armando Maradona, la mano de Dios, il Pibe de oro, l’uomo degli eccessi e delle fragilità. In 60 anni un solo matrimonio, con la compagna di sempre, Claudia Villafane, ma tanti flirt attribuiti dal gossip italiano e internazionale.

DONNE E SUCCESSI MA IL PALLONE UNICO AMORE

A Napoli, una donna, Cristiana Sinagra ha ingaggiato una battaglia legale per il riconoscimento del figlio nato da una breve relazione. Ma prima di Diego jr, riconosciuto solo nel 2007, dal matrimonio con la compagna di una vita, sposata nel 1989, sono nate Dalma Nerea e Gianina Dinorah. Il matrimonio finisce nel 2004, e Diego, nella sua autobiografia, ammetterà di non essere stato sempre fedele, ma di aver amato solo sua moglie. Da altre relazioni ha avuto Jana e Diego Fernando. Anche con l’avvento dei social, il campione argentino non ha mai concesso scatti della sua vita privata, che invece è finita spesso sulle prime pagine dei giornali. Foto rubate, come quando fu ricoverato a Cuba, per disintossicarsi dalla droga.

Appesantito come non mai, con i capelli biondo platino nel 2000, fece temere tutti i suoi fans, ancora tanti e disseminati in tutto il mondo. Tornò in forma, ma nel 2004 per gli stessi problemi viaggia di nuovo verso a l’Havana, dove poi fu ritratto affianco a Fidel Castro. Dalla miseria della periferia di Buenos Aires, a Lanus, fino ai gradini più alti del podio che un calciatore potesse sognare.

Ma mai un Pallone d’Oro, pur essendo considerato assieme a Pelè il più grande calciatore di tutti i tempi. In realtà l’ostacolo era del tutto burocratico: non è infatti consentito assegnare il Pallone d’Oro a un calciatore extraeuropeo. Un patrimonio finanziario e immobiliare enorme, con una villa lussuosissima a Dubai, dove spesso trascorreva lunghi periodi negli ultimi tempi, e la prima casa a Buenos Aires, dove possedeva una tenuta immensa. Già nel 1987 guadagnava 4 miliardi di lire all’anno.

Ma non aveva il pallino degli affari o l’esatta percezione dei suoi movimenti finanziari, al punto che sul finire della stagione a Napoli cominciarono i suoi guai con il fisco italiano. Condannato a un risarcimento milionario per una cartella arrivata quando lui non era a Napoli, durante un viaggio in Italia fu fermato dai finanzieri all’aeroporto di Roma e gli sequestrarono orecchini di diamanti e un orologio di valore. Religioso ma anche scaramantico, Maradona non rinunciava, da allenatore dell’Argentina nel 2010 a portare in campo una serie di amuleti, rosario e giornali del 1986 per riferirsi ai momenti più esaltanti della sua carriera calcistica. Nel 2018 ottiene la panchina del Dorados di Sinaloa, in Messico e alla stampa dichiara di aver chiuso per sempre con la droga e di pensare solo ad allenare. Nel 2018 era diventato nonno. Il figlio Diego ha avuto Matias accolto con grande gioia dal campione.

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