Gazzetta di Modena

Modena

DELITTO DI ALBARETO 

Uccise e sfigurò Benedicta Condannato a sedici anni

D.M
 Uccise e sfigurò Benedicta Condannato a sedici anni

La Procura ne aveva chiesti 30 per Scalici, che infierì brutalmente sulla vittima Le circostanze aggravanti sono state ritenute equivalenti di fatto alle attenuanti

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Non 30 anni di carcere ma praticamente la metà, 16. È questa la condanna inflitta ieri dal giudice Andrea Romito a Leopoldo Scalici, 42enne palermitano di origini residente per anni a Pavullo, per aver ucciso nell’aprile 2019 Benedicta Dan, 40enne nigeriana orribilmente sfigurata nel volto con una morsa.

Un delitto atroce, per cui il pm Maria Angela Sighicelli aveva chiesto trent’anni. Il massimo possibile secondo rito abbreviato, l’equivalente dell’ergastolo in un processo ordinario. Questo perché il magistrato contestava due aggravanti: i futili motivi (derivanti da una lite scaturita per il prezzo da pagare per un rapporto sessuale ritenuto da Scalici insoddisfacente) e “la minorata difesa” della donna che, denudata, non era nella minima condizione di difendersi, presa totalmente alla sprovvista.

Le aggravanti sono state riconosciute dal giudice, ma ritenute equivalenti alle attenuanti generiche che l’avvocato modenese Fernando Giuri ha invocato per il suo assistito: il fatto che l’uomo subito dopo essere tornato a casa a Pavullo e aver confessato tutto alla madre che lo vide con viso stravolto, andò dai carabinieri costituendosi e confessando tutto, mostrandosi sconvolto per quanto fatto.

Riconosciuta l’equivalenza tra aggravanti e attenuanti, il giudice ha inflitto la pena massima sancita dall’articolo 575 del Codice penale, che prevede per l’omicidio tale e quale (senza aggravanti) dai 21 ai 24 anni. E visto che l’abbreviato concede lo sconto di un terzo della pena, dai 24 anni si è scesi ai 16. Se non fossero state riconosciute le attenuanti, sarebbero stati 30 anni secchi, senza sconti. Nessun peso ha avuto lo stato di tossicodipendenza da cocaina: la perizia psichiatrica della dottoressa Matilde Forghieri ha stabilito che la droga, assunta anche quella sera, non poteva aver determinato la volontà omicida né avergli offuscato la capacità d’intendere e volere. La sentenza è stata pronunciata poco dopo le 11: Scalici ha sentito quelle parole di condanna in videocollegamento dal carcere di Parma, dove si trova dal giorno della confessione. «È una sentenza ragionevole - sottolinea l’avvocato Giuri, che lo è andato a trovare prima di entrare in aula - nei confronti di un uomo che da subito ha ammesso la sua colpa non tacendo nulla di quello che era successo».

La causa del delitto va ricercata nell’insoddisfazione da parte dell’uomo al termine di una prestazione sessuale che aveva preteso dietro pagamento da Benedicta, che aveva caricato alla Bruciata sul furgone prestato da un ignaro amico di Sassuolo. All’alba di quella domenica del 7 aprile 2019 pretese indietro i soldi, e la povera Benedica si oppose. Lui quindi prese una morsa da banco e le fracassò la testa uccidendola con numerosi colpi fino a sfigurarla orribilmente. Poi la abbandonò accanto a un fossato di stradello Toni, un viottolo di campagna prima di Albareto, dove il corpo straziato venne trovato da un residente mentre passeggiava. —



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