«Noi preda degli Intoccabili Gli usurai volevano la casa»
In aula parlano due imprenditori che hanno ricevuto prestiti da Ambrisi e Bonini «Da 30mila euro ne volevano 37mila il mese dopo e e 66mila dopo sette»
«Avevo paura per me e per la mia famiglia, che ho sempre tenuto all’oscuro di tutte le difficoltà». Sono le parole che un imprenditore ha detto di fronte al tribunale che deve giudicare, tra gli altri, Adamo Bonini e Rocco Ambrisi per il reato di usura. Perché anche l’udienza di ieri sugli “Intoccabili” ha riguardato quella dicotomia che si trascina da tempo: per i pubblici ministeri Marco Niccolini e Claudia Natalini i due amici sassolesi prestavano soldi a tassi illegali mentre per le difese quelle operazioni erano aiuti ad imprenditori conosciuti - e soprattutto consapevoli - ma in difficoltà economica.
«Avevo bisogno di denaro - confermeranno i due imprenditori - le banche non aiutano le aziende (si parla del periodo 2008-2013), famigliari e amici neppure, e così...».
Le storie partono tutte così. Ambrisi e Bonini sono dei porti sicuri, hanno denaro, liquidità, disponibilità. Basta firmare qualche cambiale o un assegno postdatato e i soldi vengono consegnati. «Rocco mi ha prestato 30mila euro e gli ho dato un assegno a garanzia di 37mila da incassare in un mese», ha ammesso un testimone. Per giustificare quell’operazione hanno fatto un contratto fasullo di fornitura di un macchinario da 30mila euro in cui la penale per il mal funzionamento era di 7mila. Soldi che sono considerati dall’accusa proprio l’interesse del prestito usuraio. Soldi che l’imprenditore non è in grado di restituire dopo un mese («Ma come pensava di darli tutti indietro in trenta giorni?», chiede il presidente del collegio Angelo Gin Tibaldi. «Ero disperato», ammetterà la vittima) e neppure nel periodo successivo. Tanto che in primavera Ambrisi gli fa firmare un nuovo accordo da 66mila euro come penale e “arriva a chiedermi anche un appartamento in cambio. Mi minacciava, alzava la voce».
A proposito delle minacce: il teste riferisce di frasi pesanti, che però non metterà mai a verbale in fase di denuncia, aspetto che gli viene contestato dall’avvocato Domenico Giovanardi, legale di Ambrisi.
E di soldi prestati - ma senza minacce - parlerà anche un altro imprenditore che si era invece rivolto a Bonini. Secondo l’accusa il sistema era rodato: la vittima veniva dotato di un assegno, andava in banca a cambiarlo e all’esterno doveva restituire subito parte del denaro al titolare della pizzeria “Civoleva” sottoforma di interessi immediati. Ipotesi che la vittima nega davanti ai giudici, imponendo al pm Natalini di richiamare la testimonianza fatta nel 2014 davanti alla polizia giudiziaria. «Voglio solo cancellare quel periodo dalla mia vita», ammetterà l’imprenditore che conferma di essersi rivolto più volte a Bonini che “conoscevo da quando ero ragazzo ma non siamo amici”.
Di usura parla invece il maresciallo Gerardo Zagaroli, comandante del Nucleo investigativo della Finanza. «Dai nostri conteggi e dalle informazioni acquisite abbiamo conteggiato in diversi casi tassi d’interesse del 30%», dirà nella prima parte del suo intervento, che proseguirà a marzo. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google