«Uccisione di Benedita 16 anni troppo pochi»
«Siamo disorientate e deluse che la sentenza di primo grado sia una condanna a soli 16 anni di carcere per un uomo, che ha pensato fosse suo diritto punire con la morte una donna, perché aveva osato reagire al ruolo di subalternità che le aveva assegnato. 80 euro: questo il valore della vita di Benedita Dan agli occhi di Leopoldo Scalisi». Con quete parole prendono posizione critica contro la sentenza in abbreviato le associazioni femminili: Casa delle Donne contro la violenza, Centro documentazione donna, Differenza Maternità, Donne e Giustizia, Donne nel Mondo, Unione Donne in Italia. Il caso è il terribile omicidio di Albareto: il cadavere di una nigeriana massacrata durante una lite sulla prestazione sessuale e gettata in un fossi in stradello Toni. «Massacrare una donna a colpi di morsa, infierendo sul volto, cancellandone fisicamente e simbolicamente l'identità, con le aggravanti riconosciute dal tribunale dei futili motivi e della minorata difesa della vittima, non può essere assolutamente compensato dall'attenuante generica che vedrebbe il femminicida autodenunciarsi mostrandosi "sconvolto" e "stravolto"”». «Sono queste le parole usate per descriverlo. Quanto avrebbe dovuto essere più efferato il femminicidio perché venisse comminata la pena dell'ergastolo? Con il rito abbreviato, invece, sono stati chiesti 30 anni, il massimo della pena. Dai 30 anni si è poi arrivati a 16 per il peso dell'attenuante generica. Un peso specifico diverso da quello delle aggravanti».
Sottoposte a critiche anche le cronache: «Denunciamo la consueta narrazione discriminatoria e razzista di questo femminicidio da parte dei mezzi di comunicazione, in cui Benedita non è mai definita come “una donna”, ma diventa solo la “prostituta nigeriana”, alimentando così stereotipi sulle donne di origine nigeriana e svalutando, disumanizzando, le donne che si prostituiscono ». —
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