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«Non poteva vedere le sue figlie Questo tormentava Di Donna»

Daniele Montanari

L’avvocato Guido Sola ha parlato lunedì per l’ultima volta col marito di Alessandra «Domiciliari giusti, il problema è che il sistema non prevede aiuto psicologico»

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PAVULLO

«Nessuno saprà mai cos’è scattato nella mente di Davide Di Donna per condurlo a un gesto del genere. Ma una certezza c’è: che era un uomo roso dentro dalla sofferenza di non poter vedere e parlare con le figlie, che adorava». L’avvocato Guido Sola, coordinatore del dipartimento di diritto penale di SC Avvocati Associati, è rimasto scosso dalla tragica fine del 50enne che difendeva dall’accusa di omicidio preterintenzionale della moglie Alessandra Perini. Dal punto di vista giudiziario, con la sua scomparsa si chiude l’inchiesta: non ci sarà più alcun accertamento dei fatti. Ma questa vicenda è destinata a far parlare e interrogare ancora tanto.

Avvocato, Crepet dice che lui non l’avrebbe mai messo ai domiciliari: lei cosa dice?

«Rispetto il pensiero di Crepet, ma è a posteriori. Come avvocato io non credo che si possa ragionare in questo modo per due motivi. Innanzitutto, perché se togliamo i domiciliari in questi casi vuol dire che la custodia in carcere diventa la regola. Poi perché così non è più un discorso di diritto: le misure cautelari personali hanno le loro logiche e regole. Semmai si può fare una riflessione sul sistema, che non prevede sostegni extracarcerari di tipo psicologico per chi è privato della libertà personale».

È “pentito” di aver chiesto i domiciliari?

«No, io ero convinto, e lo sono tuttora, che ragionando sulla base delle regole del diritto la custodia in carcere nel caso in specie fosse sproporzionata. E su questo il gip ha dato ragione alla difesa, sostituendo la misura cautelare personale. Poi è evidente che nessuno poteva anche solo ipotizzare una tragedia di questa portata».

Da cosa può essere stata innescata?

«Non lo sapremo mai, possiamo solo dire che era un uomo fortemente provato dalla situazione e che anche lunedì, l’ultima volta che ci siamo sentiti, mi ha ribadito per l’ennesima volta che sì, aveva dato uno schiaffo ad Alessandra e aveva sbagliato. Ma che non voleva farle del male, e men che meno ucciderla. Lo faceva soffrire tantissimo il fatto di non poter vedere e parlare con le figlie che adorava. La lontananza da loro era la cosa che gli pesava di più, come un macigno. Non dava alcun peso invece, all’ipotesi di un eventuale ritorno in carcere».

È vero che tra poco ci sarebbe stato un incidente probatorio?

«Sì, la figlia maggiore doveva essere sentita dal pm il 14 dicembre. Ma la sua deposizione non avrebbe cambiato la partita, non era quello il punto. Il punto per lui era far capire che non voleva la morte di Alessandra».

Cosa ne pensa dei commenti apparsi sui social?

«Dico che abbiamo toccato con mano una volta di più quanto il mondo sia ammalato di feroce giustizialismo. Al di là della presunzione d’innocenza, ricordiamo che quest’uomo non aveva nemmeno iniziato a difendersi. Anziché prudenza nel giudizio, ho letto commenti crudeli e sarcastici a tragedia appena avvenuta, senza alcun pensiero per cosa potevano provare le figlie, accolte dalla mamma, il fratello e la sorella di Di Donna. Qualcuno ha usato anche la parola “giustizia”. Ecco, io credo che non ci sia stato proprio niente di giusto in questa becera aggressione social». —

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