Mafie, Modena resta terra di conquista Aemilia non ha interrotto l’assalto
Continuano i tentativi di infiltrazione in una terra ricca: interdittive e white list fanno da argini all’ingordigia criminale
Francesco Dondi
Il 29 gennaio 2021 saranno passati sei anni dalla più grande operazione contro la ‘ndrangheta nel nord Italia. I carabinieri del Reparto Operativo Nucleo Investigativo di Modena, insieme ai pubblici ministeri della Procura Antimafia di Bologna, gli diedero un nome piuttosto evocativo: “Aemilia”. Un’inchiesta che affondava le radici in una delle regioni più opulente della Penisola, dove il benessere della media imprenditoria aveva fatto da volano verso il nuovo secolo e il benessere diffuso era condizione indispensabile per conquistare gradimento e vincere elezioni. Ma sotto la patina individualistica e del buon governo le attività criminali hanno eroso le pratiche legali, dilagando in una terra che non aveva argini contro le mafie, cercando addirittura di conquistarla.
Sei anni dopo sono cambiate tante cose nella quotidianità e soprattutto c’è una certezza scolpita nelle sentenze: la criminalità organizzata ha cercato di cannibalizzare, talvolta riuscendoci, la ricca Emilia, assoggettando le logiche imprenditoriali al potere del più forte, del più furbo, del più ricco. Le cosche calabresi – le locali, usando un gergo tecnico - per decenni hanno utilizzato una tecnica mutuata dal lavoro dei sommergibili: salivano in superficie giusto il tempo di colpire e poi si inabissavano di nuovo, certe di non essere scoperte, sfruttando al massimo la caoticità della società emiliana, più impegnata a produrre e ad inseguire il successo personale piuttosto che a fermarsi ed osservare come la mano criminale assaliva la diligenza e scalava le imprese locali. Eppure quanto scoperto dai carabinieri e reso palese dai primi processi emiliani contro la ‘ndrangheta non sembra aver scalfito più di tanto il sistema. Nessuno è mafioso fino a sentenza definitiva, ma i numeri stanno raccontando come gli argini – costruiti in fretta e furia negli ultimi anni – stanno cercando di contenere l’assalto malavitoso. A certificarlo sono i numeri delle interdittive antimafia, unico strumento preventivo in grado di rimbalzare i tentativi di infiltrazione e che le Prefetture stanno usando sempre più assiduamente. Se a livello nazionale nei primi nove mesi dell’anno si viaggia alla media di sei interdittive al giorno e il ministero dell’Interno ne registra 1.637 (nello stesso periodo del 2019 erano state 1540) con un incremento del 6,3 per cento, in Emilia Romagna si registra un + 89 per cento: la nostra regione è passata dalle 115 del 2019 alle 218 del 2020. Per la prima volta l’Emilia Romagna scalza la Sicilia (178, erano ben 306 lo scorso anno) e si piazza al terzo posto. E Modena fornisce un contributo determinante in questo poco invidiabile record che la pongono al primo posto in regione anche grazie - o per colpa - della white list del terremoto, mezzo necessario ad evitare che gli interessi criminali banchettassero e banchettino anche in futuro con la ricostruzione. E le analisi degli investigatori del Girer, il gruppo che riunisce intorno ad un tavolo tutte le forze dell’ordine coordinate dalla Prefettura, sono state decisive per raccontare la nuova frontiera delle ambizioni criminali, capaci di trovare corpi (in questo caso aziende) sani dove inserirsi e far dilagare la “metastasi”, come la definì il procuratore capo della Dda di Bologna, Roberto Alfonso, per prendersi l'Emilia. Società nuove, magari con all’interno parenti o amici fidati con la fedina pulita: ecco come hanno tentato di aggirare gli ostacoli legali e quando non ci sono riusciti in quel modo hanno addirittura provato a scalare le aziende locali, divorandole giorno per giorno, sfruttando magari le loro difficoltà di liquidità per spingerle in un angolo e assoggettarle al loro volere grazie a prestiti, fatture false e intimidazioni sottili. «Tutti lavori che non vanno bene, ti si ritorcono, se vanno bene sei fuori come sempre, se succede quello sei rovinato», diceva Bruna Braga, moglie dell’imprenditore Augusto Bianchini, in una frase premonitrice che i carabinieri ascoltavano prima di far partire gli arresti del 29 gennaio 2015. Sono passati sei anni, ma la sensazione è che non sia cambiato granché, fuori gli ’ndranghetisti dei Grande Aracri ma sotto nuove consorterie con i casalesi che finora hanno goduto al massimo dell’attenzione riservata agli altri, con i quali comunque il patto di non belligeranza e spartizione degli affari resiste. —
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