Burocrazia choc «È da otto anni che passo il Natale in un container»
La storia dell’imprenditore agricolo Massimo Pellacani «Io e la mia compagna viviamo dal 2013 in 30 metri»
Serena Arbizzi
«Da otto anni io e la mia compagna passiamo il Natale in un container. Il terremoto ci ha distrutto casa e capannone e, a causa dei tempi della burocrazia, che ora devono anche fare i conti con il Covid, non sappiamo ancora quando potremo rientrare».
Massimo Pellacani abita in via Livorno, fra Cortile e San Martino Secchia e non poteva immaginare, dopo le scosse di terremoto che hanno cambiato per sempre il volto della Bassa e delle campagne del Carpigiano, che quell’angolo di giardino tra la sua abitazione e i campi sarebbe diventata la sua casa per almeno otto anni.
Pellacani è titolare di un’azienda agricola: insieme alla sua compagna si è trasferito in un modulo abitativo rurale di 30 metri quadri accanto a casa e capannone danneggiati. Il sisma del 2012 ha distrutto una quarantina di arnie, una ricchezza consistente per chi produce miele, oltre ad avere provocato danni al capannone e alla casa che sorge a pochissimi metri dallo stabile dov’erano depositati gli attrezzi.
«Il danno più grosso lo abbiamo riportato a causa delle scosse del 29 maggio del 2012, quelle che ci hanno letteralmente distrutti, sia dal punto di vista degli immobili, sia sul fronte economico. Al pomeriggio, dopo le scosse, mi sono piazzato con il gazebo fuori di casa e ci sono rimasto per qualche mese. Il Natale del 2012 l’ho passato in giardino. Poi, a metà gennaio del 2013 mi è stato consegnato il modulo abitativo dove vivo ormai da otto anni. Non avrei mai detto che i tempi si sarebbero protratti per così tanto. E che, a fine 2020, mi sarei trovato a trascorrere un nuovo Natale dentro un modulo abitativo della Regione per l’ennesima volta».
Se gli interventi di ricostruzione, per quanto riguarda il capannone, sono andati avanti, la burocrazia ha invece messo i bastoni tra le ruote al ripristino dell’abitazione.
«Ho scelto la ditta cui affidare i lavori dal cosiddetto “libro bianco” fornito dalla Regione, ossia un elenco di aziende che hanno superato determinati parametri, con le quali, quindi, vai sul sicuro sul fronte della legalità – prosegue l’imprenditore – Non volevo incaricare un’azienda piccola perché ero timoroso del risultato. Quindi, mi sono rivolto a un consorzio di costruttori bolognese, presente sempre nell’elenco regionale. A loro volta, mi hanno indicato una delle ditte che lavorano per conto loro. Ebbene, gli interventi sono iniziati nel 2018 per questioni legati a burocrazia da espletare, documenti da fornire e parametri da rispettare. Con il Comune, infatti, abbiamo dovuto accordarci perché il progetto di ricostruzione fosse coerente sia dal punto di vista del colore degli infissi, sia della tonalità della casa e così via, con il contesto circostante. Una giungla, in pratica, da cui rischiavamo di non uscire. È servito moltissimo tempo».
Tra gli altri disagi, c’era il costo delle bollette della luce. «Nel modulo abitativo funziona tutto con la luce – rimarca Pellacani – Mi arrivavano delle bollette che oscillavano anche tra i 1100 e i 1200 a bimestre. Quello che io prendevo lavorando in campagna, lo spendevo tutto per pagare le bollette. Oltre al danno, la beffa, poi. Perché mi è stato pure negato il contributo per i danni da cimice asiatica: eppure, da quattro anni sulla frutta io registro un danno cresciuto dal 25 a oltre il 40%». —
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