Gazzetta di Modena

Modena

l’intervista 

«Riscaldamento e agricoltura pesano più del traffico»

Luca Gardinale

Carla Barbieri, responsabile qualità dell’aria Arpae: «In provincia le auto incidono solo per il 24% sulla diffusione del particolato atmosferico»

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Meno auto in giro, ma comunque più inquinamento, almeno per quanto riguarda le Pm10. Come è possibile che le chiusure imposte nel 2020 dalla pandemia non abbiamo impedito la diffusione del particolato atmosferico? Ne abbiamo parlato con la dottoressa Carla Barbieri, responsabile Valutazione qualità dell’aria della sede modenese di Arpae.

Dottoressa Barbieri, perché così tanti sforamenti in un anno in cui ci sono state meno auto sulle strade?

«La domanda è legittima, perché se da una parte il livello medio delle Pm10 è rimasto sostanzialmente stabile, il numero dei superamenti è aumentato ovunque. Un aiuto per capire cosa può essere successo viene dallo studio Life Prepair, il progetto europeo che si occupa di politiche della qualità dell’aria nel bacino padano, e che sta indagando da mesi il tema del rapporto tra l’emergenza Coronavirus e l’inquinamento atmosferico nella Pianura Padana».

Cosa emerge dallo studio?

«Lo studio ha preso in esame i primi cinque mesi dell’anno, e in particolare tre aspetti, ovvero la valutazione delle variazione delle emissioni inquinanti causate dalle misure di lockdown, le concentrazioni di inquinanti misurate dalle stazioni di monitoraggio e le condizioni meteorologiche del periodo. I risultati dicono tre cose: la prima è che le emissioni di ossidi di azoto hanno avuto un decremento comparabile a quello previsto dai piani, con un massimo settimanale dell’ordine del 40%. Questo decremento è attribuibile principalmente alla riduzione della circolazione dei veicoli, che ha raggiunto l’ 80% per i veicoli leggeri e il 50-60% dei veicoli commerciali pesanti. Per quanto riguarda la Pm10, invece, le emissioni hanno avuto un decremento massimo settimanale dell’ordine del 20%. Un minor decremento attribuibile principalmente al riscaldamento degli ambienti, mentre le differenze tra le regioni sono dovute principalmente al diverso consumo di biomassa legnosa. Infine, dallo studio emerge che le emissioni di ammoniaca non risultano ridotte, dal momento che le attività agricole e zootecniche, che emettono oltre il 90% dell’ammoniaca, non hanno subito variazioni durante il lockdown».

In sostanza, le auto incidono meno di altri fattori sul livello delle Pm10.

«E’ così. Per la provincia di Modena, gli studi dicono che il traffico veicolare incide per il 24% sulle emissioni di particolato, mentre l’impatto del riscaldamento domestico arriva al 50%. L’altro aspetto rilevante è legato alle emissioni di ammoniaca di agricoltura e allevamento, attività che non si sono fermate».

Qual è il legame tra ammoniaca e Pm10?

«Le Pm10 sono un inquinante particolare e complesso, che ha un’origine primaria e secondaria. La prima è quella che viene dal traffico veicolare, dal riscaldamento e dall’industria, mentre quella secondaria, che da noi pesa per il 70%, dipende da una reazione tra inquinanti primari e composti volatili, e qui entra in gioco anche l’ammoniaca. L’agricoltura, insomma, ha un peso rilevante sul particolato, anche se indiretto».

Stando più in casa, insomma, nel 2020 ci siamo “riscaldati” di più, mentre le attività agricole non si sono fermate con il lockdown. Ci sono altri fattori che hanno contribuito a rendere il 2020 peggiore del 2019?

«L’ultimo elemento in gioco è quello meteorologico, che in alcuni mesi del 2020, come novembre, è stato particolarmente pesante. Nel 2019, ad esempio, abbiamo avuto un novembre molto piovoso, che ha contribuito ad abbassare il livello del particolato in atmosfera, mentre quest’anno è andata diversamente, con un effetto diretto sui livelli delle Pm10». —

Luca Gardinale

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