«Studio le nuvole sulle cime dell’Himalaya per salvare l’aria della Pianura padana»
Il ricercatore Unimore Alessandro Bigi ha lavorato sullla formazione naturale di aerosol ai piedi del monte Everest
INTERVISTA
gabriele farina
Dallo smog della Pianura Padana alla “fabbrica d’aria” sull’Himalaya. È il viaggio (a distanza) condotto da Alessandro Bigi. Il docente Unimore d’Ingegneria sanitaria e ambientale ha studiato la formazione di aerosol in Nepal. Traendo dalla Piramide dell’Osservatorio climatico del Nepal informazioni utili anche per Modena e l’Emilia Romagna. «Mi piacerebbe poter dire che le condizioni del clima futuro sono ancora nelle nostre mani», l’auspicio di Bigi. La nuova avventura scientifica del docente è stata descritta sulla rivista “Nature Geoscience”. Con numerosi compagni di viaggio ha scoperto una fabbrica naturale di aerosol ai piedi del monte Everest. «Le nuvole sono degli ingredienti chiave per comprendere dove va il clima», aggiunge Bigi. La squadra di ricerca ha fatto un passo indietro: come si formano le nuvole? Trovando risposte interessanti. «In un primo tassello abbiamo dimostrato che le piante possono avere un’influenza sulla formazione delle nuvole - spiega il docente - Per la prima volta, gli strumenti in quota hanno permesso di sostenere che le particelle con cui si formano le nubi possono essere originate da gas. I vapori emessi dalle piante possono dunque formare particelle delle nubi». Come accade nella scienza, una risposta fa scaturire nuove domande. Quesiti quali: qual è l’influenza della temperatura sulla produzione di aerosol? Quanto è determinante la luce? Non da ultimo: il fenomeno osservato sul tetto del mondo varrebbe nella terra dei motori? «Numerose particelle si formano a partire da vapori anche a Modena - interviene Bigi - e in Pianura Padana in genere. Il fenomeno accade soprattutto in primavera. Tuttavia, gli strumenti portati alla Piramide in Nepal non sono mai stati usati nella Pianura Padana». Perché? «Da noi è più difficile isolare i composti - risponde il docente - mentre nell’Himalaya le influenze dell’uomo sono molto poche. È più facile osservare il fenomeno in camere di simulazione delle nubi come fanno da un decennio presso il Consiglio europeo per la ricerca nucleare (Cern)». L’Himalaya e altri luoghi privilegiati del pianeta (quali l’Antartide e le Ande) possono rappresentare quindi dei “laboratori a cielo aperto”. Il passaggio nepalese dello studio rappresenta la terza tappa di un lungo percorso. «Lo studio fu avviato in laboratorio al Cern - descrive Bigi - per poi fare un secondo passaggio sulle Alpi, in cui si può trovare l’aria con le condizioni più pulite di Europa. Io ho partecipato al terzo step alla Piramide». Nell’inverno 2014 s’è conclusa l’osservazione sul campo. Bigi è intervenuto nella prima parte del 2015, analizzando il versante fisico dello studio. L’aspetto chimico è stato curato invece dall’Università di Helsinki. Il riferimento in Finlandia è l’Istituto per la ricerca sul sistema atmosferico e terrestre (Inar). A guidarlo il docente italiano Federico Bianchi, con cui Bigi collabora da tempo. Quasi sei anni sono trascorsi dall’osservazione alla pubblicazione dell’articolo sulla rivista internazionale. Il titolo (“Le particelle di origine naturale formatesi sull’Himalaya sono un’importante fonte dell’aerosol presente in troposfera libera”) lascia aperti numerosi scenari. Scenari di cui si continuerà a discutere anche nella Pianura Padana, tra le zone più inquinate al mondo. «Da noi si prevedono tendenzialmente eventi estremi sia freddi sia caldi - conclude Bigi - Per esempio, piogge più intense e più concentrate nel tempo. Anche se spegnessimo oggi le emissioni di gas serra servirebbero anni per tornare alle concentrazioni meno elevate del passato». —
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