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il funerale di lovascio 

«Ci hai insegnato a usare il cuore Non ti dimenticheremo, Enrico»

Serena Arbizzi
«Ci hai insegnato a usare il cuore Non ti dimenticheremo, Enrico»

Cattedrale gremita per l’addio al 22enne. Il vescovo: «Incredibile quanti interessi avesse così giovane» 

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Serena Arbizzi

“Ci hai insegnato che più delle gambe, bisogna metterci il cuore”. È racchiuso anche in questa frase, scritta sulla maglietta blu della Polisportiva Nazareno, appesa insieme a quella arancione corredata da tantissime firme, l’amore che la città ha voluto esprimere ieri ai famigliari di Enrico Lovascio, scomparso a soli 22 anni a causa della leucemia.

Carpi e i molteplici mondi di cui faceva parte Enrico si sono fermati per rendere omaggio al giovane, ieri mattina, e stringere in un grande abbraccio virtuale mamma Raffaella e papà Giuseppe, il fratello seminarista Davide e la sorella Elena. Una Cattedrale gremita in tutti i suoi 350 posti disponibili, amici fuori sul sagrato e a centinaia collegati su Youtube si sono riuniti: il collante è Enrico che con le sue doti brillava in più campi: dalla musica, con la sua appartenenza ai Groovie Ribs, fino allo sport con la Polisportiva Nazareno, e all’impegno nell’Agesci, precisamente nel gruppo Carpi 1 degli scout. E sono state le note del Coro della Cattedrale, che ha suonato con il maestro Alessandro Pivetti, a fare da sfondo all’ultimo saluto.

A sinistra dell’altare, dove la funzione è stata celebrata dal vescovo Erio Castellucci insieme al vicario generale Gildo Manicardi, c’è una grande immagine di Enrico sorridente mentre suona. “Qualcuno lo ha definito “uno spartito nelle mani del Signore” – ha chiosato il vescovo – Pare impossibile che un giovane di 22 anni potesse avere tanti interessi e svolgere così tanti servizi. Sembra quasi abbia voluto concentrare tutto in così poco tempo».

Dal pulpito, hanno espresso un ricordo commosso, tra i tanti, i volontari Caritas, la zia Roberta Lugli. La sorella Elena ha letto una lettera della preside del liceo Fanti, Alda Barbi. Tutti i prof unanimi ricordano il valore di Enrico con immenso affetto e i compagni sono inconsolabili. La preside ricorda, poi, quando in gita a Napoli Enrico si era trovato davanti un pianoforte e si era messo a suonare, o quando aveva chiesto ai componenti della commissione all’esame di maturità di suonare uno strumento e di chiudere gli occhi nell’ascoltare la musica.

Il fratello Davide ha ricordato il fratello con frasi che spaziano dalla filosofia alla band “Stato sociale”, a conferma di quanto fosse variegato il mondo di Enrico: «E sono così libero che posso essere debole”: a Enrico non è mai venuta la rabbia o il rancore tipici di chi non è libero. “Quel che posso fare, lo faccio”, si diceva. Grazie dal profondo del cuore a tutti quelli che ci sono stati vicini».

Usciti dal Duomo, Suor Benedetta Perera ha accompagnato il feretro fino all’ultimo: «Abbiamo lavorato tanto insieme, lascia un vuoto immenso». —

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