C’è chi dice no: «Noi il 15 non apriamo»
Giovanna della “Fefa” di Finale è addirittura per una stretta bis: «Stop anche al delivery adesso. Però lo Stato ci aiuti»
Daniele Montanari
Elena Pelloni
C’è anche chi dice no, “io non apro venerdì”, pur condividendo le ragioni della protesta. È il caso degli aderenti all’Unione Ristoranti del Buon Ricordo, associazione sparsa in tutta Italia che valorizza i piatti delle tradizioni regionali. Che ieri ha assunto una posizione forte sul tema, chiedendo in questa fase delicata di fermare anche il delivery. Chiudere ulteriormente cioè, altro che aprire.
«In una situazione come quella che ci aspetta nelle prossime settimane - sottolineano - la soluzione unica e più economica che rispetterebbe la nostra dignità sarebbe una sola: chiudere tutto. Asporto e delivery per le regioni arancioni e aperture solo a pranzo infrasettimanalmente per le regioni gialle sono delle prese in giro senza senso».
Ed è una posizione che parla anche modenese, perché la vicepresidente dell’associazione è Giovanna Guidetti dell’Osteria “La Fefa” di Finale. «Noi dal 24 dicembre siamo chiusi anche per il delivery - spiega - intanto perché abbiamo visto che la cucina tradizionale, tortellini e via dicendo, non è molto compatibile con questa soluzione se vuole mantenere la sua qualità. E in ogni caso non è in grado di garantire un giro minimamente paragonabile a quello di un ristorante aperto. Poi c’è una questione di principio: vediamo che la pandemia non si arresta, anzi, e continua a mietere molti morti».
Da qui la decisione di mantenere la chiusura venerdì, «anche per evitare multe per noi e per i clienti». Ma questo non significa rassegnarsi a subire il momento: «Capire la situazione non vuol dire rinunciare a fare valere le nostre ragioni davanti allo Stato, anzi - sottolinea Giovanna - è più che mai necessario che dal governo facciano uno sforzo per capire in che situazione siamo noi ristoratori. Abbiamo fatto grossi investimenti per riaprire i locali dopo il primo lockdown: tavoli nuovi per adattarsi meglio agli spazi, sistema di aspirazione che cambia l’aria sei volte all’ora, igienizzazione… E poi siamo stati costretti a chiudere, vanificando ogni sforzo. I ristori che abbiamo avuto sono stati irrisori. Noi abbiamo sei dipendenti: a dicembre li abbiamo tenuti in organico, ma adesso a gennaio abbiamo dovuto metterli tutti in cassa integrazione, con grande rammarico perché sono tutti ragazzi giovani e gli importi sono molto bassi. Non è facile da affrontare, anche moralmente».
Per questo c’è la richiesta di un segnale forte da parte dello Stato: «Chiediamo due cose: che se ci sono le condizioni per lavorare in sicurezza, e non siamo noi a doverlo dire perché non siamo medici, che ci permettano di lavorare facendo impresa e non un’attività residuale quale quella del delivery. Se non ci sono le condizioni di sicurezza, chiediamo semplicemente che ci permettano di arrivare ancora vivi al momento della ripartenza con giusti ristori, e non briciole come quelle che si sono viste finora. Noi imprenditori della ristorazione crediamo di avere tante proposte da portare sul tavolo anche per il futuro, ma dobbiamo essere ascoltati e non portati alla chiusura».
Anche Andrea Mongiorgi, titolare di un’azienda agricola a Castelfranco e dell’agriturismo “I Salici” di Anzola, ha deciso di non aprire venerdì. «Ho manifestato spesso, per vari motivi, calcando le piazze da Roma a Bruxelles - sottolinea - ma ho sempre voluto sapere chi ci fosse alla guida di queste iniziative. Le proteste organizzate autonomamente mi sembrano fini a loro stesse. Se le associazioni di categoria organizzassero qualcosa, parteciperei di sicuro. Per esempio sulla tassazione. Sono convinto che quello che esaspera maggiormente le persone sono le linee di governo poco chiare. Prendiamo una decisione e manteniamola fermamente. Manifestare è un punto sacro della democrazia. Ma bisogna farlo in modo corretto, soprattutto in una fase pandemica così delicata». —
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