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Vito ha visto un altro mondo Cento anni tra guerra e balli

Stefania Piscitello
Vito ha visto un altro mondo Cento anni tra guerra e balli

Barbolini festeggia il compleanno nella stessa casa dove nacque un secolo fa Dalla guerra alla prigionia tornò che pesava 41 chili. «Dopo il Covid farò la festa»

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Stefania Piscitello

FIORANO. Ha visto cambiare il mondo Vito Barbolini, che oggi compie cent'anni e che da sempre vive in via Ghiarola Nuova a Fiorano. Sempre nella stessa casa, dove è anche nato e cresciuto coi genitori e fratelli; casa ricostruita poi dopo la guerra e che, tutt’ora, è il suo focolare. Barbolini, che fino a un mese fa guidava ancora, ora si dedica alle sue galline, legge tutti i giorni il giornale tenendosi informato e ricorda con estrema lucidità gli anni della sua giovinezza: «Sono nato in questa casa. Ho iniziato a lavorare, aiutando come potevo in campagna a sei anni. Per andare a scuola camminavo tutti i giorni tre chilometri e mezzo all’andata e tre e mezzo al ritorno». Ha studiato fino all’età di dodici anni il neocentenario; poi si è dedicato al lavoro in campagna: «Facevo l’agricoltore, avevo tanta frutta e verdura e facevo anche il vino».

Ed è forse questo, da sempre, il suo segreto, anche secondo la figlia Morena: «Per lui la natura è una filosofia di vita, si adegua ai suoi ritmi e si accontenta delle cose semplici». E il signor Vito conferma e offre un consiglio: «Non bisogna sovraccaricarsi, ognuno deve seguire il proprio corpo senza voler strafare». Vito conosce Anna Cavani, la donna che poi diventerà sua moglie nel ‘56, ballando il liscio, un’altra sua grande passione. Con la moglie, scomparsa nel ’97, si è occupato per anni anche di un allevamento di suini. Ma ogni volta che potevano, tornavano a ballare. Il 20 gennaio non è solo il suo compleanno, ma è anche il giorno in cui, nel 1940, venne chiamato per andare in guerra. Assegnato ai Guardia Frontiera, andò a Malles. Per tre anni la vita fu abbastanza tranquilla; il 9 settembre del ’43 i soldati italiani a Malles vennero catturati e obbligati a marciare per 150 chilometri, fino in Austria. Barbolini venne poi internato insieme agli altri italiani in uno stammlager vicino alla Polonia, dove raccoglieva patate: «Capitava di mangiarne anche le bucce». Dopo poco tempo venne trasferito a Colonia, per lavorare in un o stabilimento: «Lavoravo dodici ore al giorno e facevo anche i turni di notte». Fu un periodo durissimo: «Arrivai a pesare quaranta chili. Ci davano due fette di pane con un po’ di lardo al giorno. Bisognava razionare le porzioni, io ne mangiavo una fetta al mattino e una alla sera. C’era chi non resisteva e mangiava tutto al mattino. Molti morirono». Lo stabilimento fu uno degli ultimi edifici a essere bombardati.

Vito torna a casa l’8 settembre del ’45, giorno in cui a Fiorano si festeggia la Madonna. «Fu una sorpresa – racconta la figlia Morena – perché lui aveva mandato una lettera ad aprile, dopo la Liberazione, dicendo che era vivo e sarebbe tornato. Dopo non si era saputo più nulla. Per la nostra famiglia, l’8 settembre ha un valore in più, è da quel giorno che ha avuto inizio la nostra storia». La speranza, dunque, è che Vito, che oggi non potrà festeggiare insieme alla sua famiglia il suo centesimo compleanno, possa farlo appena le condizioni lo permetteranno. Allora farà una grande festa insieme ai figli Angelo, Gianni e Morena, al fratello Leo e alla sorella Maria, i nipoti Alan, Enrico, Gabriele, Giorgia e Laura, i pronipoti Fabio e Silvia, le nuore e il genero. «Non vediamo l’ora – conclude la figlia – mio padre ha un carattere meraviglioso, è un amico, si preoccupa sempre per tutti ma con discrezione». —

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