«Il Ragno delle Dolomiti salì in vetta al monte Giovo»
Giorgio Ballestri dello storico rifugio Marchetti ricorda il grande Cesare Maestri le escursioni dell’alpinista in Appennino e il Festival del Cinema di Montagna
Saverio Cioce
PIEVEPELAGO. «Per venticinque anni ho gestito il Rifugio Marchetti al Lago Santo e Cesare Maestri era di casa da noi. È venuto alla prima edizione dell’Appennino Cinema Festival del 2004 quando era l’ospite d’onore con il suo film. Una serata grandiosa, tanta gente ad ascoltarlo e il giorno dopo è salito con loro sul Monte Giovo. Era sempre una meta che lo entusiasmava, diceva che in alcuni tratti l’escursionista non bastava più e c’erano dei passaggi quasi alpinistici».
Chi parla è il vignolese Giorgio Ballestri, pilastro degli appassionati delle nostre vette in alta quota, che da decenni è il profeta del nuovo modo di raccontare e vivere le montagne. Dopo la scomparsa di Cesare Maestri, il “Ragno delle Dolomiti” spentosi l’altroieri a 91anni, ama ricordare un’amicizia di lunga data con l’alpinista che è stato maestro di centinaia di arrampicatori.
Un sodalizio, quello con l’ex partigiano, nato quando lui era bambino e a fianco al padre Emilio andava sulle Dolomiti in ogni occasione possibile. Solo tra crepacci, rocce e ghiacciai il cassiere del Banco San Geminiano, poteva prendere scarponi e funi ed essere felice nelle scalate. L’amicizia con Maestri scattò dopo la prima escursione. Una vicinanza di cuore e di mente tra l’ex partigiano alpinista e l’impiegato di banca, destinato a durare una vita.
«Maestri veniva a Vignola a trovarci spesso e faceva grandi escursioni sul nostro Appennino - racconta Ballestri - Per questo è stato il pioniere dell’unico festival di cinema sulle nostre montagne che in dieci anni arrivò ad avere il patrocinio della Regione e del Senato. Quando lui spiegò cosa c’era dietro il suo film “Monologo sul sesto grado” ottenne un successo enorme e una targa dal Parco. In un’altra occasione ospitammo la moglie di Zeno Colò che ci fece proiettare un lungometraggio inedito sull’Abetone del marito che s’intitolava “Nido d’aquila”. Lo stesso Maestri poi ci mandò il suo fraterno amico Claudio Baldessari, con cui aveva scalato il Cerro Torre in Patagonia, per un’altra proiezione. Cosa ho imparato in tanti anni da lui? L’amore per la montagna e la sacralità per il compagno di cordata».
Ballestri è commosso. Suo padre e maestri erano coetanei oltre che amici; assieme hanno scalato nel ’63 il Campanile Basso, una cima impegnativa sulle Dolomiti del Brenta. Poi dopo tante altre. Quando ha saputo della scomparsa dell’anziano guru dell’alpinismo ha chiamato subito il figlio per fare le condoglianze.
«Mio papà aveva telefonato a Maestri in ottobre per il suo compleanno - aggiunge Ballestri - si erano parlati e salutati. Poche parole, ma che per loro erano tanto. Se io penso a quello che ha fatto da alpinista mi vengono le vertigini. Non solo 3500 ascensioni ma la maggior parte in solitaria. Proprio così, il termine “free climbing” non era stato ancora inventato ma era proprio quello. Mi ricordo ad esempio di quella volta che mio padre, come capo scout, portò i suoi ragazzi sotto Cima Campiglio, sempre sulle Dolomiti, sino al campo base da dove Maestri partì e torno con una ripetizione. Insomma, salì e discese, sempre in solitaria. A quell’epoca era il pioniere delle discese dal sesto grado senza funi e il suo nome era un mito nell’ambiente da molti anni. Sarebbe bello se si potesse ricordarlo anche sui nostri monti che amava senza riserve». —
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