Spaccate e inseguimenti a tutta velocità Arrestata la banda rom di San Matteo
I carabinieri ne fermano cinque dopo almeno 60 colpi e una “frenetica attività predatoria”. Sceglievano le vittime a caso
Francesco Dondi
Si definivano “Nàrvali” che nel loro strano dialetto rom-bosniaco significa “pazzi”. E la banda di nomadi, che ha base operativa a San Matteo, sotto il cavalcavia della Tav dove alcuni risultano formalmente agli arresti domiciliari, incarnava alla perfezione le caratteristiche dei pazzi. E “Nàrvali” è diventata anche il nome dell’operazione dei carabinieri della Compagnia di Modena che ha portato all’arresto di 5 persone, 4 finite in carcere a Modena e una ai domiciliari a Reggio Emilia.
Al gruppo, comandato da un 53enne, vengono contestati almeno sessanta tra furti riusciti e tentati, avvenuti tra aprile e fine agosto quando tre di loro vennero arrestati (gli vennero contestati tre colpi) dopo un folle inseguimento nei pressi del ponte dell’Uccellino. Il gruppo, infatti, era solito agire sotto effetto di alcol o stupefacenti, sostanze che abbassavano la loro soglia di paura e anzi incentivavano azioni spesso pericolose e soprattutto viaggi in auto con il piede sempre pigiato sull’acceleratore per raggiungere velocità elevate e irraggiungibili per le pattuglie.
Il gip, dottoressa Barbara Malvasi, nell’ordinanza destinata a 12 indagati di nazionalità italiana, magrebina, rumena e turca, in cui dispone anche le cinque misure cautelari richieste dal pubblico ministero dottor Giuseppe Amara, li definisce autori di una “frenetica attività predatoria”. Erano infatti capaci di colpire anche 4-5 volte al giorno, tra l’altro in un raggio d’azione che li ha portati anche ad agire nelle province di Reggio, Mantova, Bologna e Rovigo, talvolta appoggiandosi ai campi rom locali con cui erano in collegamento. Ma la testa era ben radicata a Modena e da lì partivano con regolarità i raid.
Azioni - hanno documentato i carabinieri, impegnati in una intensa attività di monitoraggio, intercettazione e pedinamenti - che non seguivano un filo logico. Il gruppo usciva dal campo nomadi con auto rubate o con targhe modificate, girovagava e quando trovava il bersaglio giusto dava l’assalto o usando le auto ariete oppure sfondando a calci le porte. La razzia era rapidissima alla pari della capacità di piazzare il bottino presso ricettatori di fiducia, tra cui il reggiano ora ai domiciliari.
Erano capaci di rubare qualsiasi cosa (prodotti edili, caffé, vestiti, macchinari, attrezzatura informatica, abiti da sposa) e in qualsiasi luogo (negozi, capannoni, farmacie, mense) tanto che avevano anche l’ambizioso progetto di puntare a qualche ricco bancomat. In un caso, però, l’azione è stata abordita per la presenza di troppi testimoni, nell’altro - a Campogalliano - è stato l’intervento dei carabinieri a sventare il colpo. I militari, infatti, hanno provveduto a sequestrare il carroattrezzi, rubato a Vignola, prima che venisse impiegato per sradicare la cassa continua. E proprio in quell’occasione va annotata una delle poche conversazioni in italiano intercettate («Vado a rubare bancomat, ecco te lo dico in italiano»), quasi fosse una sfida a chi li stava intercettando.
La lingua e il dialetto rom-bosniaco con cui comunicavano è stata a lungo la loro arma di salvezza, rendendo impossibile agli investigatori decifrare i progetti, costringendoli invece ad ingaggiare complessi e pericolosi appostamenti e inseguimenti. A ciò va aggiunta una certa spregiudicatezza e l’ambizione di ruba il più possibile, disinteressandosi dei danni: 250mila euro è il valore quantificato a spanne dai carabinieri di Modena, ma potrebbe essere di molto maggiore visto che diverse vittime non sono state in grado, nell’immediato, di indicare il costo delle riparazioni spesso elevate. —
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