«Noi, locali di paese tra chiusure e paure»
I timori delle attività: «L’incertezza è il peggior nemico ma preoccupa la socialità in posti dove ci conosciamo tutti»
Enea Galvani
MONTEFIORINO. Il secondo lockdown è passato ma le sue conseguenze, soprattutto per il settore ristorativo, si fanno sentire, anche sull’Appennino. «Il periodo dalla vigilia all’epifania è sempre stato fondamentale per noi, grazie all’arrivo di turisti e villeggianti – sottolinea Gabriella Costi, chef e proprietaria del ristorante “al Ciocco” a Farneta di Montefiorino – A causa del fermo abbiamo perso quasi la metà dei nostri profitti e comunque dobbiamo fare fronte alle spese fisse. L’attività di asporto non è riuscita a limitare le perdite, oltre al fatto che i soli residenti non sono sufficienti per rendere redditizio un servizio di questo tipo. Tra l’altro non c’è nemmeno la consuetudine dei nostri clienti abituali ad usufruire di questo tipo di attività».
All’analisi si unisce Francesco Casoni, proprietario del ristorante K2 di Montefiorino: «Questi due mesi sono stati particolarmente difficili non solo per le vacanze natalizie, ma anche per via di tutte le manifestazioni che sono state cancellate. Gli anni scorsi si cercava di organizzare eventi che potessero portare nelle nostre zone nuovi clienti per sostenere le imprese, con il Covid abbiamo perso anche queste opportunità».
Casoni va poi ad analizzare le risposte dello Stato e sui progetti per sostenere le attività gastronomiche. «Sono mancate alcuni aiuti, i fondi a noi pervenuti sono riusciti solo in minima parte a sanare questa grave situazione, e inoltre sono stati soggetti a numerosi ritardi».
Il ritorno in zona gialla potrà aiutare, ma le modalità in cui si potrà lavorare non sembrano essere del tutto sufficienti a far funzionare un settore in profonda crisi. Claudio Cavazza del bar-ristorante “Tennis” di Frassinoro ha scelto di andarci con i piedi di piombo: «Anche col ritorno in zona gialla, ho deciso di aspettare almeno fino a venerdì prima di aprire – ha raccontato – Non sarebbe infatti una novità che con l’alzarsi del Rt e dei contagi, decidano di farci chiudere dopo due settimane. Per il nostro settore è fondamentale l’organizzazione e una nuova chiusura improvvisa comporta inevitabilmente delle perdite che dobbiamo evitare. Inoltre nelle nostre zone non c’è un flusso di persone così costante da permetterci da assicurarci un guadagno effettivo nella fascia oraria consentita. Gran parte dei nostri clienti abituali lavora lontano da casa e spesso rientrano in paese già oltre l’orario di chiusura imposto dal governo. A queste condizioni aprire rischia di essere uno sforzo vano che mette a rischio i nostri familiari più anziani».
Un altro aspetto riguarda quelle relazioni personali che ancora vivono nei piccoli paesi dell’Appennino come spiega Thomas Lanzi, proprietario del bar Honky Tonk di Farneta: «Nelle nostre zone si conoscono tutti ed inoltre la media di età è molto alta. Quando qualcuno viene contagiato la notizia si sparge e ciò ha creato una certa paura anche ai nostri clienti abituali. Ciò che preoccupa di più però, riguarda il servizio serale, temo che con questa situazione di chiusura anticipata le persone perdano l’abitudine di uscire la sera nei nostri piccoli bar di paese». —
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