«Un’integrazione riuscita arricchisce le due comunità»
Nel 1979 da assessore era al fianco di Mario Ledda allora vicesindaco e ideatore «Fioranese da 300 anni, ma una bella collaborazione»
FIORANO. Tra i quindici padri fondatori del Nuraghe c’era anche lui, Egidio Pagani, semplice assessore di una giunta in cui Ledda era vicesindaco. Poi le cose sono cambiate e in breve tempo è toccato a lui, «famiglia fioranese da trecento anni» come tiene a precisare, a prendere le redini del Comune per un quarto di secolo.
Ma l’amicizia e la vitalità di quel pezzo di Sardegna piovuto tra le colline del Santuario è continuata. Mentre le nuove fabbriche cominciavano a occupare terre di pianura a macchia d’olio, Pagani spingeva per fare del suo Comune un esempio di integrazione. Al tempo stesso trovò in Ledda, che aveva fatto le scuole superiori al seminario a Modena, l’interlocutore giusto.
«A nessuno venne chiesto di rinunciare a un’identità culturale, alle origini - ricorda oggi Pagani nella sede del circolo - Ci fu da subito uno scambio di esperienze e tradizioni che andavano dalla cultura alla riflessione sul senso delle immigrazioni e il ruolo dell’integrazione con chi arrivava da altre parti d’Italia. Insomma, cittadini come gli altri, con gli stessi diritti e gli stessi doveri. Al tempo stesso con la conoscenza reciproca di usi e costumi nasceva una mescolanza che arricchiva le nostre comunità».
Un’intuizione niente affatto scontata in quell’epoca di spostamenti epocali, quando i paesi del comprensorio raddoppiarono o triplicarono la popolazione in pochissimi anni. A fianco delle tensioni sociali, ingigantite vent’anni più tardi con i nuovi arrivi dal Nordafrica e dall’Est Europa, i sardi volevano scrollarsi di dosso l’ombra sciagurata dell’ “Anonima sequestri”, come venne ribattezzata l’organizzazione malavitosa che fu attiva nei rapimenti di persone facoltose. Tra gli anni ’70 e ’80 nel nord Italia, Emilia compresa, vennero messi a segno clamorosi rapimenti, seguiti da riscatti; nel modenese diversi casi vennero risolti ma i sardi vennero messi tutti sullo stesso piano. «Schegge impazzite»: i primi a condannare i delinquenti furono i loro corregionali che fecero di tutto per emarginarli nell’immaginario collettivo.
Poi la Sardegna diventò una meta di massa e da lì nacque un altro mito, noto in tutto il mondo. —
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