Argine vecchio, marcio e con le tane: ecco il mix che ha provocato l’alluvione
Chiusa l’indagine del pool di esperti incaricato dalla Regione: «Era stabile ma l’acqua entrata ha causato il crollo»
Elena Pelloni
Era stata istituita dopo solo una settimana dall’alluvione del 6 dicembre e aveva il compito di individuare le cause della rotta dell’argine del Panaro. Si tratta della Commissione tecnica speciale che ha consegnato all’assessore regionale all’Ambiente, Irene Priolo, la relazione tecnica sulle cause del disastro. Eccezionale volume di acqua accumulata, vecchiaia dell’argine collassato e tane di animali fossori. Queste le principali cause della breccia, illustrare ieri in Commissione Ambiente.
«Non siamo in presenza di una pistola fumante come origine evidente della rotta, come fu per il Secchia nel 2014, ma di un insieme di concause – ha spiegato il professor Menduni, coordinatore del pool d’indagine – L’argine era di per sé stabile, non in imminente stato di pericolo. È verosimile che le disomogeneità della sua struttura, insieme ad una cavità, probabilmente una tana di animali relitta all’interno, abbiano permesso all’acqua di penetrare fino a determinarne il crollo».
Oltre alle cause principali, secondo gli esperti, avrebbero influito sulla rotta ulteriori elementi di indebolimento, quali: le ingenti piogge e le nevicate di inizio dicembre (nonché il conseguente rapido scioglimento delle stesse); l’utilizzo di materiali poveri per la costruzione degli argini - risalenti a fine Ottocento - quali mattoni, laterizi e porzioni di conglomerato di calce; e la seria possibilità di presenza di tane di animali e di ceppaie di un infestante particolarmente diffuso in zona, l’Arundo donax, rimasto nell’argine dopo il taglio e la rimozione definitiva svolte tra 2012 e 2014. Gli scarti si sarebbero decomposti favorendo il passaggio lento delle acque. In compenso le casse di espansione di Sant’Anna hanno retto e svolto la loro funzione.
«Ho già concordato con la Commissione scientifica e le strutture tecniche regionali un incontro fissato per la prossima settimana – ha commentato l’assessore Priolo – al fine di mettere in campo strategie aggiuntive a quelle finora adottate. Ciò in aggiunta alle opere per il nodo idraulico di Modena già candidate nell’ambito del Recovery Plan».
La rotta ha fatto defluire circa 9 milioni di metri cubi, che hanno invaso un’area di 15 chilometri quadrati. Il fiume è quindi entrato nelle strade e nelle abitazioni di Nonantola, Castelfranco e Modena, oltre a Campogalliano con il Secchia.
Accanto a Giovanni Menduni, professore di Idraulica presso il Politecnico di Milano e a capo della commissione voluta dalla Regione e formalizzata il 15 gennaio, hanno invece lavorato il tecnologo Roberto Cocchi, il comandante dei vigili del fuoco Luca Manselli e il professore di geotecnica Paolo Simonini. I tecnici hanno effettuato una ricostruzione attraverso l’analisi di immagini fotografiche e satellitari, testimonianze, notizie giornalistiche, indagini geotecniche e geofisiche tra cui carotaggi, con il prelievo di undici campioni e prove di laboratorio sulla qualità dei materiali. —
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