«Il carcere di Sant’Anna è già al limite di capienza Troppo immobilismo»
Un carcere ancora colpito dalle conseguenze della rivolta id un anno fa, un numero di detenuti al limite e tensioni interne. Questo è il quadro di Sant’Anna che l’associazione Antigone ha pubblicato ieri con un documento sullo stato delle carceri nella regione in occasione dell’anniversario dei disordini che terminarono a Modena ben nove morti. Ecco il bilancio di un anno: «Mentre la conflittualità ha registrato un anno fa picchi significativi nelle case circondariali di Modena e Bologna, tutte le prigioni della regione sono state interessate dalle conseguenze in termini di misure disciplinari e trasferimenti della popolazione detenuta, con particolare riferimento ai presunti protagonisti delle rivolte. L’amministrazione penitenziaria ha nel frattempo dovuto fronteggiare il rischio sostanziale della diffusione del Covid-19 all’interno delle strutture, che si è manifestata con incidenza significativa - solo in alcune di esse – nel corso della cosiddetta seconda ondata». Un aspetto positivo è stato l’aumento dei dispositivi per comunicare con l’esterno. L’aspetto negativo è che nei dodici mesi le attività di monitoraggio «registrano una considerevole tensione interna nelle prassi di governo del sistema penitenziario della regione». Per quanto riguarda le disposizioni delle direzioni, Antigone nota che se in alcuni casi le celle restano aperte otto otre al giorno, in altri istituti regionali c’è la tendenza a tenere i prigionieri rinchiusi in cella. Passando alla situazione di Sant’Anna a Modena dopo i nove morti, l’incendio e le devastazioni, ecco l’analisi dell’associazione per i diritti dei detenuti: «Ad un anno dalle rivolte, parte degli ambienti sono stati ristrutturati e la capienza, scesa a 80 detenuti in seguito alle rivolte, sta aumentando (180 detenuti a ottobre, 100 per cento della capienza). Anche se dall’estate è ripresa l’attività di teatro a distanza e la scuola, l’immobilismo all’interno delle sezioni è molto forte. Le possibilità di lavoro all’esterno sono quasi nulle e, in seguito alle rivolte, la volontà è quella di ripristinare un regime a celle chiuse, con la possibilità di trascorrere solo quattro ore al giorno al di fuori di queste». —
C.G.
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