Scontro per l’acqua sul frantoio di Altolà Conto alla rovescia per vederlo partire
Piccininini incalza: «Prelievi illegali dal bacino e in falda» Zuffi reagisce: «L’attività è autorizzata e il piano funzionerà»
Mattia Vernelli
SAN CESARIO. «Il frantoio lì non deve sorgere». Non vede altre soluzioni la consigliera di opposizione Sabina Piccini. Perché l’argomento delle cave di Altolà a San Cesario infiamma il dibattito politico da mesi, ora più che mai: hanno tempo fino al 30 marzo i cavatori per realizzare il frantoio, che comporterebbe l’eventuale perforazione di un pozzo e l’uso di acqua di falda. «Un atto illegale», denuncia Sabina Piccini.
Andiamo con ordine. Era il 30 settembre 2020 quando in Consiglio comunale si approvava con voto favorevole della maggioranza la prelevazione dell’acqua dal bacino irriguo di Altolà, per il frantoio che verrà costruito nelle vicinanze. Una decisione che non era andata giù alle opposizioni, tanto che Piccini aveva parlato di “verità finalmente venuta a galla, negata per tanti anni”. Il grande invaso, progettato nel 1989, era infatti destinato alla collettività, a centinaia di aziende agricole presenti nella zona, e costruito dai cavatori come opera compensativa dei pesanti impatti ambientali delle escavazioni di ghiaia ad Altolà.
Trent’anni dopo, l’acqua è ancora inutilizzata dai contadini, a causa di diversi problemi tecnici e le costanti franate degli argini. Il sindaco Francesco Zuffi aveva risposto agli attacchi virando sul pragmatismo: «La priorità rimane il mondo agricolo, ma negare al frantoio di usufruire del bacino irriguo, potrebbe tradursi, un domani, nell’utilizzo dell’acqua di falda». Quella stessa acqua di falda di cui la Regione con parere favore del Comune di San Cesario ne aveva già autorizzato la prelevazione ai cavatori a gennaio 2020: da qui l’indignazione dell’opposizione.
«Si vuole preservare – afferma Piccinini – l’acqua di falda dando al frantoio possibilità di “pescare” dal bacino irriguo, salvo poi scoprire che la perforazione del pozzo era già stata autorizzata. Inconcepibile. Oltre tutto, l’acqua di falda in quella zona non si può prelevare perché il Piano territoriale provinciale vieta la perforazione. I cavatori devono ora far partire il frantoio, ma fare il pozzo lì è un atto illegale. Il sindaco concede entrambi le fonti idriche, quando nessuna delle due dovrebbe andare ai cavatori».
Spiega le motivazioni della concessione dell’utilizzo dell’acqua di falda il sindaco Zuffi: «Dal momento che l’autorizzazione a costruire il frantoio è stata data, in un progetto che affonda le radici a 11 anni fa, garantire l’allacciamento idrico era necessario, non c’era quindi altra soluzione. Il progetto prevedeva però anche l’obbligo di fare un impianto di riciclaggio delle acque pluviali, per risparmiare ulteriormente l’approvvigionamento. Dopodiché viene la mozione di settembre, dove non abbiamo vietato ai cavatori il prelevamento dell’acqua del bacino. Una volta in funzione, infatti, l’invaso sarà regolamentato, perché più si è in grado di usufruire dell’acqua superficiale del bacino, meno si utilizzerà quella di falda. Questo non toglie però che la priorità rimangano gli agricoltori».
Sullo sfondo rimangono quindi i contadini: per loro la situazione è stagnante da 30 anni, come l’acqua del bacino. «Abbiamo il dovere di farlo partire al più presto – afferma Zuffi – stiamo coinvolgendo Regione e Consorzio di Burana perché sono partner necessario per il progetto». —
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