Gazzetta di Modena

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operazione della polizia 

Giovani segregate e minacciate Coppia arrestata per schiavitù

C.G.
Giovani segregate e minacciate Coppia arrestata per schiavitù

In carcere i due che opprimevano e tenevano tre ragazze nigeriane recluse in casa Le obbligavano a prestazioni sessuali per estinguere un debito di 30mila euro

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Sono finiti in carcere due coniugi nigeriani accusati di riduzione in schiavitù, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e sfruttamento della prostituzione. I due, 53 anni lui e 43 lei, residenti a Formigine, sono ritenuti gli organizzatori della segregazione di tre ragazze loro connazionali, una delle quali minorenne, che portavano a “lavorare” sui marciapiedi della via Emilia a Castelfranco e della Bruciata a Modena. Una storia sordida fatta di violenze psicologiche e brutalità per ripagare un debito enorme sempre più lontano dall’essere estinto che ha spinto proprio la minorenne a scappare e raccontare tutto alla polizia di Stato.

E ieri mattina la Squadra Mobile comandata dal dottor Mario Paternnoster ha eseguito l’ordine di custodia cautelare emesso dal gip di Bologna (indaga la Procura Distrettuale Antimafia) portando i due in cella a Sant’Anna in attesa dell’interrogatorio. La vicenda risale all’estate 2018 quando le tre ragazze, senza futuro e in una grave crisi di nervi decidono di ribellarsi a questo sistema schiavistico tra una casa prigione e il marciapiede. È la ragazza più giovane a contattare, durante l’attività di prostituzione, gli agenti della polizia. La Mobile verifica che le accuse sono fondate e avvia un’indagine sotto il coordinamento della Procura Distrettuale a Bologna. La ragazza ha raccontato la sua storia terribile, iniziata in Nigeria tempo prima.

Era ragazzina quando le hanno fatto credere che in Europa avrebbe trovato la fortuna. Per il viaggio aveva contratto un debito di 30mila euro che si era impegnata a pagare con un giuramento sotto un rito vudù e con la minaccia di ritorsioni violente ai familiari se parlavano con la polizia. Poi però in Libia è arrivata la sua prima tragedia personale con lo stupro e la costrizione a prostituirsi in un campo di raccolta. Liberatasi da quella reclusione, è arrivata in Italia su un barcone. I contatti l’hanno mandata fino a Formigine presso quella coppia di gente di mezza età: i suoi aguzzini e padroni. L’hanno chiusa in una camera insieme con altre due ragazze nigeriane da poco maggiorenni. E parlando con loro ha scoperto il suo destino: il marciapiede. La coppia le ha spiegato il sistema: doveva versare a loro tutti i soldi degli incassi per le prestazioni sessuali, in parte per scalare il suo enorme debito e in parte per pagare vitto e alloggio in una casa dalla quale non poteva uscire se non per incontrare i clienti. In questo modo le tre ragazze hanno pagato alla “madame” e al suo uomo 28mila euro. Ma non bastava. I due accampavano continuamente scuse per far pesare le loro presenze nel bilancio familiare. Per le tre ragazze non c’era più scampo. Così in un momento di disperazione hanno capito che tentare di uscirne era meno pericoloso che restare inerti. E un giorno la ragazza più giovane è riuscita a contattare la polizia. Gli investigatori hanno tenuto sotto controllo la coppia per alcuni mesi scoprendo che le tre ragazze erano totalmente assoggettate a loro. E scoprendo che la coppia riusciva a trasferire il denaro delle sue schiave in Nigeria tramite un call center fidato di Modena sfuggendo ai controlli. Quando sono riuscite a fuggire, la polizia le ha date in affidamento a strutture che hanno potuto tenerle in carico nascondendole per evitare ritorsioni. —



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