Unifer Navale alle corde Lo Stato toglie le commesse
Ottantotto dipendenti rischiano il posto dopo la retromarcia di Fincantieri La società è socia al 20 per cento ma ritiene troppo alti i costi di produzione
La giornata dei lavoratori di Unifer Navale inizia prestissimo: il ritrovo è alle 7 per il primo presidio davanti ai cancelli dell’azienda, nata al polo industriale di Finale anche grazie a 11 milioni di finanziamento regionale post sisma. Siamo a pochi passi dalla J-Color, altra realtà con cui la Regione ha dovuto fare la voce grossa per evitare un piano di dismissione improvviso, e sulle ceneri di quella che fu l’Ansa Marmitte, una delle prime grande vertenze della Bassa pre-sisma.
Da alcune settimane in fabbrica c’è fermento, da quando Fincantieri ha comunicato l’intenzione di ridurre drasticamente le commesse. Fincantieri, società controllata dal ministero dell’Economia, che è proprietaria di Unifer Navale al 20 per cento e garantisce circa l’80 per cento del lavoro nel taglio e piegatura tubi per barche. Una mossa che ha lasciato spiazzati sia gli altri proprietari (la famiglia Morville) sia Giorgio Garimberti, amministratore e guida del gruppo. Quest’ultimo sta cercando di acquisire nuove commesse – ieri mattina un camion è partito per Trieste – che però non sono in grado di coprire l’assenza di Fincantieri.
L’oggetto del contendere sono i costi di produzione: bloccati da 3 anni per il socio nazionale, che però non gradisce ed è intenzionato a rivolgersi ad altri mercati europei dove il margine di guadagno è maggiore anche per il limitato costo della manodopera.
Le difficoltà di Unifer Navale hanno però già attivato il fronte sindacale e politico. Ieri mattina, davanti alla fabbrica, erano presenti i vertici di Fiom e della direzione provinciale di Cgil tra cui Erminio Veronesi e Massimo Tassinari: «Eravamo abituati a momenti di calo e picchi di lavorazioni – spiega Enrica Agazzani, funzionaria della Bassa – Anche lo scorso anno un po’ di cassa integrazione c’era stata ma la situazione non appariva così complicata come invece da gennaio abbiamo riscontrato. Ci sono 53 persone in cassa a zero ore, interi reparti sono chiusi».
La richiesta è di un immediato tavolo regionale di confronto con l’assessore al Lavoro, Vincenzo Colla. «Ma io sono per rivendicarne uno subito a Roma», aggiunge Palma Costi, consigliera regionale Pd che ieri era tra i lavoratori. Lei è stata assessore ai tempi del sisma e conosce bene gli aiuti garantiti all’azienda di via Venezia. «Non ci si comporta così – dice – È una vicenda assurda e incomprensibile. Qui le aziende si aprono e non si chiudono. Tra l’altro c’è di mezzo lo Stato: non c’è margine di trattativa. Bisogna riportare la situazione alla normalità e Fincantieri deve fare retromarcia. Non ci sono scuse perché anche la questione dei costi del lavoro non regge e non possiamo accettarla in Emilia».
«L’impegno corale deve essere quello di adottare misure per consolidare lavoro e prospettive», dice la deputata della Lega Benedetta Fiorini, segretario della Commissione Attività produttive.
«Stiamo con i lavoratori, di cui abbiamo ascoltato le esigenze insieme al sindaco, Sandro Palazzi», aggiunge Davide Romani, referente provinciale della Lega Salvini Premier.
«Non è accettabile – incalzano Sinistra Civica, con Stefano Lugli ieri in visita, e Articolo Uno – che un’azienda, che può lavorare grazie ai contributi della Regione post-sisma, venga messo in grave difficoltà solo per ragioni di profitto». —
F.D.
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