Don Erio e la Pasqua «Oggi la speranza è ripartire senza fare gli stessi errori»
La riflessione del vescovo: «Basta con certe superficialità Il tempo è cambiato, non si può più vivere come prima»
Paolo Seghedoni
È un messaggio vero quello che l’arcivescovo di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi, don Erio Castellucci, manda ai fedeli e a tutti i cittadini per la Pasqua ormai vicina. Un messaggio in cui c’è la speranza, ma c’è anche la morte e, appunto, la verità delle parole e delle persone.
«Le parole non hanno sempre lo stesso suono nel corso della vita – comincia don Erio - Dire “salute” quando tutto va bene, o dirlo durante una grave malattia, ha un peso ben diverso; parlare di “morte” durante una lezione di filosofia, oppure di fronte a un grave lutto, produce stati d'animo differenti. Esteriormente non cambia nulla, ma nel cuore cambia tutto. Chissà che suono avrà quest’anno la parola “speranza” – si chiede il vescovo -, la promessa racchiusa nella Pasqua, che per i credenti è la vittoria della vita sulla morte, lo squarcio di luce riaperto sulle tenebre; e per tutti è il rifiorire della natura, la rivincita del giorno sulla notte. Tempo di speranza, dunque: ma come distinguerla dall'illusione? Un anno fa si stava indebolendo un hashtag lanciato in Italia all'inizio della pandemia: #andràtuttobene; slogan apparso sempre meno credibile, di fronte all'aumento continuo dei morti a causa del covid-19, che già a Pasqua 2020 erano circa 20.000; ora, che sono quasi 100.000 in più, nessuno osa ripetere quell'auspicio: suonerebbe beffardo e quasi offensivo verso i defunti e i loro cari e verso i milioni di contagiati. Si è dimostrata una speranza illusoria, vana e campata per aria».
E allora quale speranza è racchiusa nella Pasqua? «Certo, tutti speriamo che nei prossimi mesi la pandemia si arresti e la vita sociale riparta; tutti speriamo che le profonde ferite di chi è stato colpito dal lutto e dalla malattia, dall'angoscia e dalla povertà, si possano a poco a poco curare e rimarginare; tutti speriamo che questa esperienza ci insegni ad essere più attenti all'essenziale e meno al superfluo, più appassionati alle relazioni e meno alle polemiche. Ma – ammonisce don Erio - la speranza pasquale non è solo ‘ottimismo’; non è solo “rilancio” e nemmeno solo “progetto”: è “rigenerazione”, cioè “nuova nascita”. Dobbiamo prendere atto che qualcosa è morto. Gesù non ha aggirato il sepolcro, ma vi ha dimorato. Noi non possiamo fondare la nostra speranza sulla circonvallazione della tomba; è un passaggio inevitabile. La speranza pasquale non può avere il suono dell'illusione, tanto più oggi che siamo tutti disincantati e provati. Deve avere il suono realistico della rigenerazione: insieme a molte persone, sono morti anche i deliri di onnipotenza e i miraggi di facile e duraturo benessere».
Il finale, allora, è un forte richiamo: «Dobbiamo ripartire, certo, ma non continuando a vivere come prima, con tante ingiustizie, superficialità e risentimenti, ma lasciandoci purificare dall’esperienza del sepolcro. Per i cristiani, l'ultima parola non è morte, ma vita. Una vita che durerà per sempre e sarà piena nella misura dell'amore che avremo vissuto nell'esistenza terrena. È diffusa l’immagine del kintsugi, la tecnica giapponese della riparazione con l'oro. Quando si rompe un vaso di ceramica c'è chi li incolla insieme con un filo di oro liquido. Il filo d'oro che dà senso alle nostre giornate è l'amore donato e ricevuto. È l'amore che tiene insieme i pezzi della nostra vita, che cuce le nostre ferite. Solo l’amore rigenera: se sapremo testimoniare con la vita la capacità rigenerante dell'amore, accenderemo anche in questa Pasqua una luce che perfora il buio della morte, un riflesso di quell'oro prezioso che è l'amore di Cristo, uscito rigenerato dal sepolcro». —
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