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«In polizia godiamo di una reale parità Tante le donne dirigenti, come a Modena»

carlo gregori
«In polizia godiamo di una reale parità Tante le donne dirigenti, come a Modena»

A 40 anni dalla grande riforma: parla il vicecapo della Mobile Brunella Marziani 

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l’intervista

carlo gregori

A 40 anni dalla Legge 121 che nel 1981 ha cambiato per sempre la polizia di Stato portando elementi di un processo di integrazione e democrazia in un corpo prima militare e appannaggio solo di uomini, come vive e lavora una donna in divisa? Lo chiediamo a Brunella Marziani, vicecapo della Squadra Mobile di Modena.

«Bisogna capire l’origine di questo processo di cambiamento partendo dal Corpo di polizia femminile nato nel 1961. Il ruolo delle donne, del tutto nuovo, fu immaginato per ricoprire alcune funzioni. Le ispettrici e assistenti erano destinate ai reati che riguardavano i minori, la pubblica morale, come la Buoncostume, e i reati a sfondo sessuale. Si credeva che avessero sensibilità e competenze in questi ambiti. Poi, a parte tutti gli altri aspetti della 121 che hanno portato a un cambiamento dell’intero ordinamento, nel 1981 è nato un percorso costituzionale che vede una piena equiparazione uomo/donna nei pubblici uffici, delle mansioni e degli stupendi. Abbiamo così ottenuto la parità sancita dall’Articolo 51 della Costituzione. Parità in progressione di carriera (un aspetto determinante), trattamento economico e garanzie per la maternità».

In tanti uffici privati manca ancora una reale parità. La polizia di Stato è arrivata a un’equiparazione?

«Sì. Siamo una forza civile di una repubblica democratica e siamo anche pubblica amministrazione. È la chiave di lettura di questo aspetto. Non abbiamo differenze tra uomo e donna. Se qualcuno parla di maschilismo nella polizia, oggi non è così. Un secolo fa non si immaginavano le donne in polizia: le caserme erano riservate agli uomini e l’idea di una collega donna era inconcepibile. Dopo il 1981 c’è stata resistenza al cambiamento, ma poi ci si è resi conto dell’importanza delle figure femminili all’interno della nostra organizzazione. Quelli che hanno lavorato alla 121 non hanno dimenticato di dare loro dignità e piena eguaglianza. La forza della polizia di Stato è quella di premiare le competenze in base ai singoli profili. Questo non significa fermarsi a uomo/donna. Ecco perché bisognava non vedere più la donna relegata alla Buoncostume».

Come si trova oggi una donna a lavorare in polizia?

«Parlo per ciò che conosco. Una donna può essere una poliziotta molto valida. E mette lo stesso impegno del collega uomo. Ad esempio, io lavoro al reparto investigativo. È un’attività che prevede pedinamenti, indagini eccetera; e li faccio come tutti. Abbiamo abbandonato ogni stereotipo. Anche la Scientifica è piena di donne capaci. Oggi abbiamo questori e vicequestori. La riprova che non ci sono problemi di parità in polizia è che non li senti. Abbiamo raggiunto davvero l’obiettivo. Prima eravamo poche, oggi le donne sono aumentate, spesso ai ruoli apicali. Chi avrebbe immaginato anni fa di vedere donne questore? Oggi abbiamo un vicecapo di polizia e, proveniente dal Viminale, persino un ministro degli Interni che è donna».

E Modena?

«Abbiamo tante donne dirigenti in Questura: guardiamo le dirigenti dell’Anticrimine, Immigrazione, Digos, io alla Mobile, ai commissariati di Carpi e Mirandola. Siamo una questura al femminile, se vogliamo, e siamo un’espressione di quella legge dopo 40 anni. Se dico che sto bene e sono integrata, vuol dire che quella piena eguaglianza è stata raggiunta». —

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