Addio a Carlo Basoli, una vita per salvare giovani dal carcere
Saverio Cioce
SERRAMAZZONI. Per tutta la vita si è impegnato per recuperare i minori che avevano come unica alternativa il carcere, riuscendo a salvarne tanti dal reclutamento della malavita. Poi, cinque anni fa, venne a vivere a Varana. Nelle ultime settimane la forte fibra di Carlo Basoli, 86 anni, ha dovuto cedere all’aggressione del Covid, sino all’esito finale, avendo a fianco la moglie Giuseppina e le figlie Rita, Chiara e Anna.
Nato a Ozieri (Sassari) nel 1934, dopo gli studi superiori va a Parma dove studia Giurisprudenza e lì viene folgorato dalla scoperta di un corso tenuto da religiosi per diventare assistente sociale. Lo frequenta da convittore e sempre tra quelle aule e i corridoi incontra Giuseppina Casoli, una signorina modenese che presto diventerà sua moglie.
In breve si diploma a pieni voti; rinuncia a fare l’avvocato senza rimpianti e vince in un batter d’occhio uno dei primi concorsi per diventare assistente sociale presso le carceri. Nell’Italia contadina del dopoguerra, con le tragedie famigliari, gli abbandoni e la perdita dei genitori ereditati dal conflitto, non ci sono soldi né attenzioni per chi è ai margini di una stentata normalità. Né ci può essere comprensione per chi si procura da vivere rubando biciclette o galline: chi è delinquente una volta è sempre un potenziale malvivente. Lì inizia il lavoro di Carlo Basoli, fatto di ascolto, di parole, di aiuto.
Di lettere scritte alle famiglie per conto di detenuti analfabeti, cercando piccoli lavori di cucito per togliere le giovani che si prostituiscono nelle case di tolleranza, allora legali. Un metodo, quello del sostegno psicologico e materiale, che era fatto di umanità interiore, mettendo in condizioni i più emarginati di poter uscire fuori dal circuito infernale devianza-delinquenza, offrendo alternative possibili, a cominciare dai contatti con gli avvocati, che per molti erano una chimera.
Basoli mette su famiglia a Modena e diventerà un punto fermo nel carcere di S.Anna, così come a Parma e Bologna dove i magistrati si abituano ai successi silenziosi di questo modenese che parla poco e sorride sempre.
Quando la famiglia e gli impegni crescono prende a casa a Manzolino di Castelfranco, in campagna, con un piccolo podere a fianco. A metà strada tra la Ghirlandina e il capoluogo Basoli è sempre pronto a correre per tirar fuori dai guai chi è appena uscito dal carcere oppure sta per fare gli sbagli per tornarci. A Bologna, Modena o Parma.
La sua casa è un punto di riferimento, anche dopo l’uscita dal carcere, per tanti giovani sbandati. Li segue anche quando si sposano e hanno i primi bambini. Riesce ad aprire il cuore anche ai più violenti, a fermarli. Anche se covavano una rabbia cieca contro chi aveva rubato loro un’infanzia di stracci, Basoli ferma i più violenti e gli uomini in divisa fanno un passo indietro.
A Parma, negli anni ’70, riuscì con dolcezza a convincere i genitori di un minorenne massacrato a calci e pugni dai coetanei dopo una partita amatoriale. Il vescovo di allora di Parma, Benito Cocchi che poi fu anche il vescovo della nostra diocesi, lo pregò di intervenire. Dai famigliari della vittima ottenne i permessi, i ragazzi evitarono le celle, avviandosi a una vita senza più reati. —
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