«Picchiato in furgone dall’ex datore di lavoro»
Quasi di due ore di testimonianza, difficile anche per colpa della lingua e nonostante la presenza di un interprete che ha cercato di agevolare la comprensione dei fatti. A processo ci sono due ragazzi pakistani, uno dei quali ha una ditta di logistica. In sostanza fa il corriere e impiega connazionali o amici. Tra loro c’è anche un indiano, che fino al 2015 lavora con un contratto regolare fino a quando non incappa in un incidente.
E da quel momento la ricostruzione dei rapporti si fanno contrastanti. Perché per l’indiano l’amicizia resta così come l’impegno a tornare sul furgone; per l’imprenditore pakistano invece non ci sono più le condizioni per dargli un lavoro. E si arriva così al 2017 quando la presunta vittima si presenta al centro di spedizione per tornare a lavorare. Non gli viene affidato alcun viaggio ma da Bologna i due, insieme ad un altro autista, partono con direzione Suzzara dove l’indiano deve recarsi.
Accade probabilmente qualcosa nel tragitto e a ridosso della Nazionale per Carpi scatta il litigio che porta a due soste e all’invito di scendere. «Ma io non volevo», ha ammesso l’uomo che alla rotonda successiva però viene appiedato. «Mi hanno picchiato tanto e violentemente», dirà al giudice Francesco Cermaria. Una tesi che gli imputati - difesi dall’avvocato Andrea Gori - hanno rigettato con forza. —
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