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Vincenzo e i sette milioni intascati per il palazzo

Le spese sotto osservazione e i richiami all’austerity non sempre seguiti 

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dietro le quinte

Le spese un po’ troppo allegre fra aerei (2,8 milioni di noleggi) e villa a Porto Cervo (4,5 milioni per una villa), auto chic (600mila euro di leasing) e contributi a partiti e dintorni (più di un milione). È quel che figura sotto la surreale definizione di «trasferimenti di denaro meritevoli d’attenzione» nelle 171 pagine della “Memoria di deposito del piano e della proposta di concordato preventivo con contestuale istanza” nell'interesse di Moby spa presentata al tribunale di Milano. Fra le cose che saltano fuori, anche: 1) l’immobile di piazza San Babila a Milano che nel 2017 Vincenzo Onorato passa dal suo patrimonio personale alla sua società facendosi dare sette milioni di euro; 2) il prestito di un altro milione di euro (al 2% lordo), poi restituiti, per «esigenze personali»; 3) i «complessivi tre milioni di euro» annui come stipendio da presidente di Moby che spuntano là dove Onorato senior si impegna a rinunciarvi.

Non è una novità che un gruppo imprenditoriale provi a infilare nei bilanci aziendali costi di questo tipo. Ma la compagnia della Balena Blu si presenta ai giudici fallimentari mettendo a nudo anche qualche magagna. Desta meraviglia però che possa sembrare presa sottogamba la tirata d’orecchie arrivata nell’autunno di due anni fa quando il collegio presieduto da Alida Paluchowski aveva respinto sì l’istanza di fallimento avanzata dai fondi speculativi ma, al tempo stesso, aveva chiesto una svolta anche all’azienda.

Nel decreto del tribunale datato ottobre 2019 non mancava anche un pressante invito – praticamente un diktat – a sorvegliare tutta una serie di scelte aziendali. Al punto da metter giù una strigliata di questo tipo: «Ciò induce a credere che il collegio sindacale sarà sensibile alle responsabilità cui andrebbe incontro se non supportasse il dovuto comportamento degli amministratori o non lo sollecitasse, come lo saranno gli amministratori, soprattutto ora che le condotte denunciate, di evidente conflitto di interessi in cui opera l’amministratore, di operazioni con società correlate, prive di serie garanzie di restituzione dei finanziamenti, sono state portate alla luce».

Non c’è un riferimento all’austerity ma l’invito a “stringere i bulloni” sui conti è evidente, benché l’indicazione sembri riguardare soprattutto operazioni fra società all’interno del gruppo.

Dietro le decisioni del tribunale ci si potrebbe immaginare, da un lato, la preoccupazione per il contraccolpo sui quasi seimila lavoratori del gruppo Onorato (ma Grimaldi aveva cercato di sfilare quest’argomento dicendosi disposto ad acquistare navi e relativo personale) e, dall’altro, l’aspettativa di un differente stile di governo aziendale da parte della nuova generazione degli Onorato (che stanno affrontando la bufera con al timone il giovane Achille amministratore delegato in tandem col fratello Alessandro).

Le critiche si appuntano sul fatto che la famiglia proprietaria mette nell’operazione limitate risorse proprie: oltre alla rinuncia del presidente ai propri emolumenti, sembrano metter mano al portafogli per non più di due milioni di euro.

Nelle pieghe della documentazione si legge anche qualcos’altro: la dinastia familiare non avrà più in mano tutte le leve di comando perché nel consiglio d’amministrazione saranno nominati due consiglieri indipendenti e si adotteranno regole di funzionamento più stringenti, oltre a individuare «un professionista indipendente e di comprovata esperienza» come capo responsabile della ristrutturazione del debito. Insomma, non più uno stato maggiore tutto nel segno della famiglia e dei fedelissimi ma una “governance” in cui, se volesse, il tribunale potrebbe far sentire tutto il proprio peso.

Basterà a evitare che il 6 maggio la Balena Blu finisca per spiaggiarsi fra i debiti? —

M.Z.

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