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Notte degli Oscar Nomadland miglior film, Hopkins miglior attore e McDormand miglior attrice Niente statuetta per Pausini

Frances McDormand, oscar per «Nomadland»
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Frances McDormand, oscar per «Nomadland»

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LOS ANGELES Questa notte degli Oscar passa alla storia come la prima in cui il miglior attore protagonista non c’era, neanche in remoto. Anthony Hopkins, 83 anni, vincitore per l’interpretazione di un anziano con problemi di demenza nel film «The Father», non era alla Union Station di Los Angeles per ritirare il premio. Nella notte ha mandato un breve video sui social, per ringraziare. L’attore era dato da giorni per disperso in un luogo misterioso, in una sorta di ritiro spirituale, senza telefono, irraggiungibile. Così non c’è stata neanche la consegna della famosa statuetta, visto che era presente solo una foto in bianco e nero del grande attore gallese. Per Hopkins è il secondo Oscar, 27 anni dopo quello per il ruolo di Hannibal Lecter in «Il silenzio degli innocenti». Questo fa di lui l’attore più anziano a vincere il premio, superando Christopher Plummer, che aveva conquistato la ’statuettà a 82 anni nel 2011. 

L’assenza di Hopkins ha accelerato il finale di una serata, chiusa in modo brusco e, forse, non con il finale che molti sognavano: l’ Oscar a Chadwick Boseman, talento afroamericano e splendido protagonista di «Ma Rainey’s Black Bottom», morto a 44 anni per una malattia, alla fine delle riprese.

Il premio come miglior attrice protagonista è andato a Frances McDormand, per «Nomadland», che ha vinto anche l’ Oscar per il miglior film. Grandi attori, musica e scenario insolito, dettato dall’emergenza pandemia, organizzato come una specie di party di lusso, ma che ha mandato messaggi molto forti e agganciati alla vita vera, nel segno della diversità, delle minoranze, del messaggio di impegno civile.

È stata la notte in cui afroamericani e asiatici sono stati i grandi protagonisti, hanno fatto man bassa di premi e scritto pagine di storia.

Tempismo studiato nell’America dove si è appena concluso il processo con la condanna, a Minneapolis, dell’ex agente Derek Chauvin, per la morte dell’afroamericano George Floyd, ma anche quella in cui i crimini d’odio verso gli asiatici stanno avvelenando le città. La grande trionfatrice è Chloè Zhao, con «Nomadland», nata a Pechino, prima regista asiatica e prima cinese a vincere l’ Oscar per la migliore regia, e seconda donna nella storia del premio dopo Kathryn Bigelow nel 2010 Yuh-jung Youn, interprete nel film «Minari», è stata, invece, la prima coreana a vincere il premio di migliore attrice non protagonista. Ma anche la Black Culture ha lasciato il segno. Afroamericano il miglior attore non protagonista, Daniel Kaluuya, per «Judas and the Black Messiah», così come il miglior corto, «Two distant strangers», che racconta l’incubo rivissuto in loop da un giovane nero, che sogna di continuo di essere ucciso da un poliziotto bianco di New York. «Soul», nella sezione film d’animazione, ha vinto, segnando anche qui una prima volta: quella di un film della Pixar in cui il protagonista è un afroamericano.

E black è la voce di H.E.R, per il brano «Fight for you» di «Judas and the Black Messiah», che ha vinto nella categoria miglior canzone, dove era in gara Laura Pausini con «Io sì/Seen». E poi l’omaggio alle vittime della polizia fatto dal regista Travon Free, con i nomi di Floyd, Eric Garner e Daunte Wright ricamati in oro all’interno della giacca, e quello di Regina King, che aveva aperto la serata con questa frase: «Se le cose non fossero andate in un certo modo a Minneapolis, invece dei tacchi a spillo avrei indossato gli anfibi». Nel segno della black community anche il premio umanitario «Jean Hersholt» andato all’attore e produttore afroamericano Tyler Perry, per il suo impegno civile in difesa degli homeless e delle vittime di razzismo. Ogni riferimento a Floyd non è stato casuale.

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