Studi molecolari made in Modena girano il mondo
Due studi internazionali, diversi anni di ricerca, un’unica richiesta: lasciateci continuare a lavorare. La docente Unimore Serena Carra è un “cervello in fuga” di ritorno.
MODENA Due studi internazionali, diversi anni di ricerca, un’unica richiesta: lasciateci continuare a lavorare. La docente Unimore Serena Carra è un “cervello in fuga” di ritorno. Laureatasi a Modena nel 1998, ha condotto attività in Canada e in Olanda per poi tornare sotto l’ala Unimore con il programma Giovani Ricercatori “Rita Levi Montalcini”. «Oggi i giovani non ci credono più, li stiamo perdendo», il campanello di allarme che fa echeggiare Carra.
Eppure, la ricerca ha bisogno dei giovani. Ne avrebbe bisogno anche il Paese. «Se si chiudono i ponti (dei finanziamenti), il medico poi guarda un paziente con una particolare proteina e dice: “Mi spiace, di tale proteina non sappiamo nulla”», sintetizza la docente. Una proteina chiamata HSPB3 rappresenta il filo conduttore dei due studi a trazione Unimore.
La squadra di Carra ha identificato HSPB3 in un progetto di ricerca sostenuto dal ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, pubblicato su Nature Communications. Vi hanno preso parte le docenti israeliane Esti Yeger-Lotem e Anat Ben-Zvi dell’Università Ben-Gurion. Tale proteina rientra in un gruppo chiamato chaperoni (o proteine da shock termico). Le alterazioni della HSPB3 sarebbero un segnale di malattie neurodegenerative e neuromuscolari, specialmente in età avanzata. «A volte vi sono dogmi da smantellare», evidenzia la docente Unimore, citando l’esempio della sclerosi laterale amiotrofica, tristemente nota come Sla. Un’altra patologia ricordata dalla docente è la malattia di Charcot-Marie-Tooth, su cui si potrebbe aprire per il gruppo una nuova linea di ricerca.
Le analisi condotte sui “big data” hanno fornito un quadro da interpretare alle figure professionali coinvolte. Come accade per la scienza, una nuova risposta si può tradurre in tantissime nuove domande. Così HSPB3 è diventata la proteina da mettere sotto la lente nel secondo studio, pubblicato su “Cell Death and Disease”. «In collaborazione con la dottoressa Rossella Rota dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma abbiamo dimostrato che l’aumentata espressione di HSPB3 potrebbe rappresentare un nuovo target per il rabdomiosarcoma - aggiunge Carra - un tumore pediatrico dei tessuti molli le cui cellule non riescono a maturare definitivamente in muscolo scheletrico e si riproducono senza controllo».
La proteina è la stessa, le patologie sono diverse come le fasce di età colpite. Nel primo studio l’attenzione è rivolta agli adulti (soprattutto i più grandi), nel secondo ai bambini. Il Ministero degli Affari e della Cooperazione Internazionale ha finanziato il progetto con Fondazione Telethon. Oltre a Carra, Yeger-Lotem, Ben-Zvi e Rota (e alle rispettive equipe), hanno partecipato il docente Ritwick Sawarkar dell’istituto Max Planck di Immunobiologia ed Epigenetica di Friburgo e il professore Alessandro Rosa della Sapienza di Roma. «Gli studi potrebbero determinare sviluppi terapeutici - sottolinea la docente Unimore - ma non ci sono domande aperte. Non saprei neanche a chiedere un soldo. Con i fondi riceviamo gocce nel mare: l’Italia investe male nella ricerca».
Il confronto tracciato dall’insegnante tra l’Olanda e il nostro Paese è impietoso sotto diversi aspetti, dall’attenzione per i professionisti della ricerca ai laboratori. «Il sistema universitario è da rivoltare come un calzino - s’infervora Carra - perché mancano figure professionali. Sarebbe bene che tali figure svolgessero o prevalentemente la ricerca o l’attività didattica. Servirebbe un’Agenzia di finanziamento su base regolare annuale, che elargisca quote simili tutti gli anni». Così come sono concepiti, i progetti di rilevante interesse nazionale (Prin) sono per la docente da modificare profondamente. La coordinatrice degli studi chiede un’Agenzia unica con criteri trasparenti e uniformi sul territorio nazionale. Il controesempio sulla sanità “spezzettata” a livello regionale è il modello indicato come ulteriore campanello di allarme di un sistema da riformare. «La ricerca si fa per passione e ti permette di sviluppare uno spirito critico - la riflessione di Carra - ma il momento è drammatico. Si stanno concatenando tanti eventi che rendono il sistema non più sostenibile». —
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