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Modena, i 120 anni della Cgil. Manuela Gozzi: «Il sindacato del futuro»

Modena, i 120 anni della Cgil. Manuela Gozzi: «Il sindacato del futuro»

La segretaria provinciale e le sfide del sindacato in questo delicato momento storico ed economico : «Affrontare il peso della finanza sul lavoro Le priorità: precari, giovani, settori in crisi»

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Centovent’anni fa nasce la Camera del Lavoro. La prima sede è in piazzale Boschetti a Modena. Ma non è affatto un momento di concordia per il sindacato. Il 23 maggio 1901, con l’adesione di 59 associazioni tra leghe di resistenza, mutue e cooperative, con la presidenza di Luigi Sola. Le finalità sono principalmente economiche. Lo statuto ne sancisce l’apoliticità, ma la base associativa e i suoi dirigenti si riconoscono nel socialismo.

Nel giro di pochi anni questi caratteri iniziali si attenuano fino a scomparire, e la Camera del Lavoro si trasforma in organismo rivendicativo per le “lotte di classe”. In una prima fase ha un profilo di istituzione rivolta ai lavoratori della città, mentre fatica a rappresentare le leghe bracciantili. Solo nel 1904 sono assorbile anche le leghe bracciantili della Bassa modenese.

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Ma è un momento unitario di breve durata. Nel 1906 nasce a Carpi una Camera del lavoro ultrariformista, mentre nella Bassa modenese continua ad essere molto forte la presenza anarcosindacalista, per cui a metà del 1909 sono attive nella provincia di Modena ben cinque Camere del Lavoro in concorrenza tra loro, cui si deve aggiungere, dal novembre dello stesso anno, l’Ufficio del lavoro cattolico. L’esigenza di un’unità sindacale viene sollevata nei primi anni Dieci.

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Nel 1913 si svolge il congresso che dovrebbe portare alla nascita di una sola Camera del lavoro: invece ne nascono due, quella unitaria di orientamento socialista, con 22.500 iscritti, e quella sindacalista di orientamento anarchico, con 15mila aderenti. I rapporti tra i due organismi sono tesissimi, e solo con la Prima guerra mondiale c’è un progressivo riavvicinamento.

Nel marzo 1919, durante il cosiddetto “biennio rosso”, il Partito Socialista, il gruppo libertario e le due Camere del lavoro firmano un accordo “per l’unità proletaria”. Ma poco dopo, sfumata l’ondata rivoluzionaria, nasce un’offensiva da parte dei datori di lavoro, agrari e industriali, che darà il via alle azioni squadriste con la disfatta del 1921 e l’inizio delle persecuzioni e delle violenze fasciste contro la Camera del Lavoro di Modena mentre alcune leghe aderiscono al fascismo. —

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In occasione di questo importante anniversario per il sindacato abbiamo intervistato l'attuale segretario provinciale Manuela Gozzi

Manuela Gozzi, oggi il capitale finanziario esercita un peso enorme sul lavoro. Quanto incide sulla produzione a Modena?

«È vero che oggi esiste un problema finanziario ma Modena continua a mantenere una fortissima vocazione industriale e continua ad essere attrattiva per gli investimenti come tutta l’Emilia-Romagna, che sa richiamare gli investimenti finanziari da Paesi più ricchi. Per questo la nostra azione sindacale, anche se in un quadro di cambiamento rispetto alle origini e alle nostre radici, deve considerare maggiori competenze unite alla capacità di capire se un problema è di origine finanziaria o di modello organizzativo».

Come agisce il sindacato, in questo caso?

«Complessivamente si muove in tre direzioni: la contrattazione di secondo livello nazionale, una contrattazione sociale-territoriale e una contrattazione per lo sviluppo. E in quest’ultima devono rientrare la persona e i diritti, la dimensione dell’impresa e i riconoscimenti delle tutele per tutti i l lavori indipendentemente dalla forma dei contratti che hanno e dalla dimensione dell’impresa. Per dare continuità all’impresa le competenze necessarie per il sindacalista richiedono molta attenzione all’evoluzione finanziaria dell’impresa. Per questo la parte dei contratti che riguarda le relazioni industriali oggi assume maggiore rilevanza. È da lì che discende la condizione di lavoro e di vita delle persone».

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Cosa resta del lavoro, come cultura e abilità, quando l’aspetto finanziario pesa così tanto?

«La capacità di lavorare resta immutata. Si stanno modificando le mansioni. Sta cambiando la natura stessa del lavoro radicato in fabbrica e in ufficio. Oggi il lavoro è meno manuale e di gran lunga più intellettuale. Anche nelle mansioni dell’operaio. Se pensiamo al ciclo produttivo della ceramica o di una ditta metalmeccanica sono necessarie competenze tecniche e digitali. Perciò la capacità leggere il cambiamento dell’impresa riporta al lavoro. Questa è la direzione. Per questo è importante, come dicevo, la nostra attenzione allo sviluppo. Nello sviluppo è compresa una formazione continua per i lavoratori, per adeguare la professionalità in relazione agli investimenti dell’impresa».

A Modena si parla spesso del processo di esternalizzazione in corso per i servizi pubblici e il welfare gestiti fino ad ora dalle pubbliche amministrazioni: centri assistenza, asili nido, biblioteche, mense ecc. Come si tutela chi lavora per il pubblico e improvvisamente passa a una gestione privata a basso budget?

«Attraverso due strade. Primo, è necessario che le amministrazioni smettano di muoversi pensando che esternalizzare è una condizione di risparmio. Spesso le esternalizzazioni sono nascoste dietro l’affermazione fatta dalle amministrazioni locali che è impossibile fare nuove assunzioni, anche per vincoli di legge. In realtà è solo una questione di contenimento dei costi. Gli appalti vengono fatti al massimo ribasso, cosa che ci vede totalmente contrari. L’altro aspetto sono le risorse che verranno destinare dal Pnrr del Governo. Se si pensa di rimodulare la pubblica amministrazione in una logica di digitalizzazione, crescita e sviluppo, tutte le mansioni dovrebbero essere in capo a chi le governa e non a chi viene esternalizzato. In altre parole, a nome della Cgil, credo dal Pnrr ci saranno spazi per consentire che le attività pubbliche vengano conservate. Oggi la condizione di quei lavoratori è difficile per mancanza di risorse. Il Recovery Found fornirà risorse anche in quella direzione, spero».

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Parliamo del precariato. A Modena quanto è grande questa realtà?

«È grande, anche se non posso quantificarla. Però bisogna intendersi sul termine. Per me precariato è tutto ciò che non è assunzione a tempo indeterminato. Quindi, tanti aspetti: contratti a termine, somministrati, partite Iva, lavori a chiamata, i rider e le forme di lavoro non riconducibili a una condizione che consente una vota sociale alle persone. La quantità di precari incide sempre sulla crescita e lo sviluppo di una comunità. Se non ho un rapporto di lavoro fisso, non posso chiedere un mutuo o un prestito e quindi non posso muovermi in una condizione più appagante. Noi (Cgil, Cisl e Uil) abbiamo messo al centro del “Patto per il lavoro e per il clima” con la Regione Emilia-Romagna il bisogno di lavoro di qualità. Bisogna abbattere questa precarietà, frutto anche di scelte politiche sbagliate».

I giovani dovranno affrontare la fase post-Covid in un ambiente drammatico con situazioni diffuse di assunzioni-miraggio, posti di lavoro temporanei o mal pagati, oltre ad affrontare in un futuro lontano i debiti che oggi stiamo accumulando con i prestiti.

«Abbiamo un buon rapporto con i giovani, come organizzazione. Recentemente abbiamo sottoscritto coi Comuni di Modena e Carpi un accordo sui rider. Abbiamo rapporti coi ragazzi organizzati dell’università. Abbiano un’intera categoria che segue le nuove identità di lavoro, giovani e partite Iva. Stiamo entrando in luoghi che fino a qualche anno fa non ci appartenevano come le palestre, i teatri, i cinema. Il tema vero è come rispondere ai problemi dei giovani soprattutto in questa situazione. Le linee di indirizzo per investimenti e qualità potranno dare risposte».

Domenica 23 maggio, giorno di chiusura della vostra commemorazione, terrete una serie di incontri chiamati “Oltre la pandemia. Disagi economici e giustizia sociale”. Come pensate di affrontare le paure per ciò che potrebbe arrivare?

«Oggi c’è la possibilità di utilizzare risorse che il Governo ha indicato per cercare di colmare le disuguaglianze economiche e sociali che la pandemia ha messo a nudo. Siamo consapevoli delle difficoltà che stiamo incontrando. Anche delle conseguenze nate per i ristori invece degli ammortizzatori sociali, ad esempio, o le difficoltà di connessione e la sicurezza per chi lavora da casa. Ma la lista sarebbe più lunga. In questo momento è difficile indicare i segnali di crisi dovuti all’emergenza da Covid. Non si vedono ancora, forse. Siamo ancora in presenza del blocco dei licenziamenti. Credo però che su Modena e provincia serva un rapporto stretto con le amministrazioni. Come dicevo all’inizio, quando si fa contrattazione sociale-territoriale si deve pensare alla funzione che abbiamo con le pubbliche amministrazioni per mettere in campo tutte le azioni che possono servire. A Modena e provincia ci sono già tavoli per il lavoro. Quindi ci sono momenti di confronto con le attività economiche. Lo scopo è di limitare le diseguaglianze».

Quali sono i settori più esposti alla crisi oggi a Modena?

«Il tessile e il commercio. Il commercio tradizionale si scontra con l’e-commerce. Se molti lavorano in remoto da casa (ciò che viene impropriamente chiamato smart working), ci sono conseguenze forti sulle attività commerciali e di ristorazione. E anche per il tessile. Se io lavoro da casa posso vestirmi in qualche modo per tutto il giorno, smettere di andare al bar fare la colazione e non usufruire più della ristorazione, fare acquisti online. È una catena che colpisce il commercio tradizionale. Questa situazione sta provocando ricadute importanti già adesso nonostante il blocco dei licenziamenti. È uno scenario nuovo. La pandemia ha messo a nudo tanti limiti ma anche qualche opportunità. Per il lavoro da casa è possibile. Significa passare da un modello fordista ancora diffuso nelle imprese a un lavoro a progetto e quindi avere diritti diversi da quelli che rivendico se sono in presenza in fabbrica o in ufficio. E di rivedere la struttura complessiva dei servizi e dei tempi della città, che sia un paese o una metropoli poco importa, con cambiamenti nella distribuzione dei tempi e dei bisogni delle persone. Questa sarà la vera sfida del futuro».

E la crisi del tessile?

“È una crisi ciclica. È dovuta anche alla diversa fruizione dell’abbigliamento. A Carpi e Modena abbiamo marchi di alta qualità, oggi c’è più povertà e meno disponibilità a spendere nel lusso. A questo si aggiungono anche le scelte finanziarie delle aziende».

Qual’è il bilancio a centoventi anni dalla nascita della Camera del Lavoro?

«Le nostre quattro giornate rientrano in un aggiornamento che serve a ripercorre la storia guardando al futuro. Il nostro slogan probabilmente sarà “Innovare tornando alle origini”. Solo conoscendo la nostra storia si potrà governare il cambiamento e l’innovazione».

Nel 1901, però, l’attività sindacale comportava pestaggi, arresti, condanne e a volte la morte durante le manifestazioni. Oggi non è più così, per fortuna. Se la situazione peggiorerà, si rischia di tornare a forme di lotta dura?

«Per fortuna la situazione da allora è molto migliorata. La vertenza Goldoni a Carpi ne è stata un esempio. Duecento giorni davanti ai cancelli senza toccare niente e nessuno per salvare un’impresa. L’intero tessuto sociale è stato solidale con questa lotta pacifica e alla volontà di mantenere questa unità produttiva. È questa la strada lungo la quale in futuro ragioneremo». —

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