Agnese Moro e l’ex Br Grena «C’è un legame che ci unisce»
La figlia dello statista assassinato: «Per liberarsi dal passato serve il confronto» La brigatista: «Ci hanno ascoltato, sono stati gli unici, per me è un dono enorme»
Un incontro che cambia la vita, che permette di superare la dittatura del passato e andare oltre il pregiudizio. Agnese Moro, giornalista e figlia di Aldo Moro, e Grazia Grena, operatrice sociale ed ex BR, hanno dialogato nella sessione del Festival Giustizia penale “La giustizia dell’incontro”, introdotta dalla presentazione del libro “Il diavolo mi accarezza i capelli. Memorie di un criminologo” di Adolfo Ceretti.
Al centro della sessione virtuale, moderata dal direttore scientifico del Festival Luca Lupária Donati, la giustizia ripartiva come luogo di incontro, capace di cambiare la vita di vittime e responsabili della lotta armata: «Un’esperienza decisiva, perché ha significato guardare in faccia la realtà – ha spiegato Agnese Moro – Nella mente di chi ha subito un torto così grave, le persone che l’hanno compiuto sono dei mostri e negli anni questa realtà diventa sempre più spaventosa. Nel viso dell’altro incontri qualcosa di concreto, ti accorgi che sono persone come te, e che il tempo è passato. C’è una sorta di dittatura del passato, che ti porta a rivivere ciò che è avvenuto. Invece nell’incontro ti specchi nell’altro e capisci che qualcosa è cambiato, ti rendi conto che di fronte a te ci sono persone profondamente umane, anche se è mostruoso quello che hanno fatto. Ti accorgi che erano qualcosa e che adesso sono altro, e che il loro dolore è simile al tuo».
Moro parla di disarmo, essenziale per cambiare la prospettiva: «Si sono presentati a noi disarmati: hanno scontato le pene e accettato un faticoso e rischioso confronto. Proprio il disarmarsi è l’inizio del lasciare andare i pregiudizi, sentimenti feroci che ti hanno abitato per anni, significa poter lasciare i sentimenti che ti hanno chiuso come un insetto in una goccia d’ambra. Cambiare significa anche accettare il rischio del contagio, qualcosa di loro resta in noi e viceversa, e si costruisce un legame. Toccare il dolore dell’altro e lasciare che il tuo venga toccato rende un fatto umano un avvenimento irrimediabile come quello che ho vissuto. Rompere la goccia d’ambra, senza l’incontro con loro, non è possibile».
Tra quei “loro” c’è Grazia Grena, un passato nelle Brigate Rosse, alla quale l’incontro con le vittime ha lasciato un segno profondissimo: «Sono rimasta spiazzata da questa richiesta, perché significava rimettere tutto in gioco, dopo aver ricostruito una vita ridotta in cocci dopo i processi e il carcere. Riuscirò ad incontrare il volto dell’altro? Riusciranno loro ad accettarmi? Sono domande che mi sono rimaste dentro, fino al momento dell’incontro. Avevo il timore di non essere ascoltata, invece l’altro ti sta aspettando, perché l’altro ha bisogno di te come tu di lui. In quel momento ritorni ad essere te stesso, c’è qualcosa a cui avevi rinunciato nella tua scelta scellerata della lotta armata e incontrare le vittime è stato come rincontrare quella parte così essenziale di te. Loro sono riusciti ad ascoltare delle parole fortissime, che io stessa faticavo ad ascoltare da me e dagli altri. Uno di noi ha detto che le sue scelte le aveva fatte per amore. Ed era vero. Quella verità loro sono riusciti ad accoglierla, seppur senza giustificarla. L’essere ancora insieme è la conferma di quella ricomposizione che siamo riuscite a fare, in una terra di mezzo che ci ha permesso di incontrarci».
Particolarmente delicato l’ultimo tema toccato da Grena, quello del perdono: «Nel nostro percorso – spiega Grena – questa parola non l’abbiamo mai attraversata fino in fondo. Questa contaminazione non so se si può chiamare perdono, ma è comunque qualcosa di unico. Siamo riusciti a trovare una giusta prossimità. È stato faticoso, perché ognuno ha dovuto rinunciare a qualcosa di sé. Sembra un paradosso, ma gli unici che ci hanno dato la possibilità di raccontare sono stati loro e questo, per me, è stato impagabile». —
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