«La mafia uccise mio nonno Assassini ancora anonimi»
Il racconto del nipote di Piersanti Mattarella, freddato da un sicario nel 1980 «Le storie e i valori delle vittime sono importanti per le nuove generazioni»
Paolo Seghedoni
«Sono nato 6 anni dopo la morte di mio nonno». Comincia così il racconto di Piersanti Mattarella, avvocato omonimo del presidente della Regione Sicilia ucciso dalla mafia nel 1980, al Festival della Giustizia penale di Modena in corso di svolgimento online. «Come le vittime delle mafie possono contribuire all’antimafia? Far conoscere i diversi percorsi di vita, le storie e i valori delle vittime di mafia è importante soprattutto per le nuove generazioni». Mattarella ha tratteggiato allora la vita del nonno: «Fu sostenitore della dottrina sociale cattolica, entrò nella Democrazia cristiana nei primi anni ’60 e a soli 32 anni entrò nell’Assemblea regionale siciliana e si fece notare per trasparenza e cura del bene comune. Nel 1978, a 43 anni, venne eletto alla presidenza della Regione, con l’appoggio esterno del Pci di Pio La Torre. Andò contro i centri di interesse e di potere occulti, infiltrati dalla mafia, ed ebbe la forza di prendere le distanze dalla parte più marcia della Dc di quei tempi. Il nonno venne ucciso il 6 gennaio 1980: i magistrati dell’epoca trovarono un filo conduttore con l’omicidio del segretario della Dc siciliana Reina, nel 1979, e quello di Pio La Torre nel 1982. Tuttavia depistaggi, false testimonianze, sparizioni di prove e documenti portarono fuori strada. Secondo Giovanni Falcone, Piersanti Mattarella sarebbe stato ucciso perché la sua azione di rinnovamento confliggeva con Cosa Nostra e soprattutto con i corleonesi, che si servirono dell’intervento dei terroristi di destra». Il finale è didascalico, quanto amaro: «Il processo si è chiuso con la condanna dei mandanti corleonesi, ma ancora oggi a 41 anni dall’omicidio non si conoscono i nomi degli assassini di Piersanti Mattarella, e non si è fatta ancora luce su quanto sia realmente accaduto il 6 gennaio del 1980». Nella stessa sessione è intervenuto anche il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho: «Anche sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio c’è ancora grande impegno per cercare la verità. Il 23 maggio è la commemorazione della strage di Capaci: dobbiamo impegnarci a non dimenticare mai e di fare tutto per arrivare alla verità piena». Oggi gran finale per il Festival della Giustizia penale, che nelle prime due giornate oline, tra siti, canale Youtube e Facebook, ha già attirato oltre 5mila spettatori. Si parte alle 9.30 con il professor Brandon Garrett della Duke University, a seguire Teresa Armenta Deu, dell’Università di Girona, e Silvia Allegrezza dell’Università del Lussemburgo. Alle 11 “Ripensare il sistema”: le prospettive della riforma del diritto e del processo penale in Italia con il professor Luparia Donati e, tra gli altri, il primo presidente emerito della Corte Suprema di Cassazione, Giovanni Canzio, e il senatore e già sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo. Alle 14.30 il dialogo con Marcello Flores e il docufilm “Rimango in piedi. Il processo ad Adolf Eichman”, girato presso il campo di concentramento di Fossoli, in collaborazione con il Comune di Carpi e la Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi e grazie all’associazione “Non è colpa mia”. Infine la chiusura con Luca Luparia Donati e il presidente dell’associazione Festival della Giustizia penale Guido Sola. Il programma è consultabile sul sito www.festivalgiustiziapenale.it e tutte le sessioni saranno gratuite e online sul sito e sul canale Youtube del Festival. —
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