«Ero prigioniero Pensavo di morire Vita rovinata»
Si è conclusa la testimonianza dell’uomo ridotto in schiavitù da un imprenditore edile «Parlava lui al mio posto anche dentro l’ospedale»
MIRANDOLA. Ancora una testimonianza forte, in certi momenti drammatici, inframezzata da alcuni silenzi necessari a richiamare quei ricordi che da tempo sta tentando di cancellare. È tornato in udienza l’uomo di Mirandola, considerato la vittima di Antonio Bifulco, imprenditore edile a processo per violenza sessuale e lesioni aggravate. Sollecitato dal pubblico ministero, dottoressa Francesca Graziano, la vittima che si è costituita parte civile (avvocato Nicola Elmo) ha raccontato diverse violenze e situazioni di cui era succube. «Dopo la violenza sessuale – ha detto in uno dei passaggi più cruenti al collegio presieduto dal giudice Roberto Mazza – non mi sentivo bene, avevo la febbre, sanguinavo. Ma mi ha fatto andare al lavoro il giorno dopo. E quando siamo tornati a casa mi ha colpito di nuovo con un ferro, che usava come un pugnale. Mi ha detto di andare in ospedale, ma non a Mirandola. Ho iniziato a guidare ma dopo 300 metri ho pensato di morire e sono tornato indietro, nella nostra casa (i due vivevano in una palazzina). Bifulco allora si è messo alla guida; gli ho detto di andare a Mirandola, stavo malissimo. E davanti ai sanitari parlava quasi per me».
L’avvocato Elmo, nel corso dell’udienza, ha voluto venisse esplicitata la condizione di schiavitù dell’uomo. «Perché non sono scappato? Dove andavo? Non avevo soldi, non avevo contatti, non avevo auto. Ero chiuso in casa e nel giardino c’erano i cani. In cantiere Bifulco era sempre con me... Mi minacciava, avevo paura per me e i miei famigliari. Lui mi diceva “ti ammazzo”, me lo disse anche durante la violenza sessuale dalla quale non mi sono mai ripreso; devo subire altre operazioni visto che anche quella di ottobre è andata male». —
F.D.
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