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da luglio sarà in canada 

Don Luca in partenza «In San Giuseppe 8 anni meravigliosi»

Serena Arbizzi
Don Luca in partenza «In San Giuseppe 8 anni meravigliosi»

Il religioso lascia la parrocchia più popolosa della Diocesi «La crisi delle vocazioni? Servono preti ispiratori dei fedeli»

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Serena Arbizzi

«Cosa porterò dentro di me dei miei anni in San Giuseppe? È racchiuso nel biglietto di Emma, una bambina di 8 anni, che dopo la cresima mi ha scritto una lettera, per dirmi che aveva deciso di condividere con chi era più nel bisogno, allegando un dono che è stato elargito ai più fragili».

Don Luca Baraldi, 42 anni, il 5 luglio alle 6 del mattino, prenderà un aereo che lo porterà in Canada, nella diocesi di Mackenzie-Fort Smith, dove rimarrà per tre anni. Don Luca guida parrocchia più grande della Diocesi di Carpi con 15600 abitanti ed è noto anche per la sua passione per l’arrampicata che l’ha portato a scalare anche il Peak Lenin, a oltre 7mila metri di quota.

Don Luca, lei lascia la parrocchia più popolosa di Carpi per un territorio di un milione e mezzo di chilometri quadrati, dove abitano 50mila persone...

«Sono a San Giuseppe da otto anni: sono volati, come tutte le esperienze intense. Ho ricevuto tanto tramite la mia appartenenza alla Chiesa di Carpi – spiega – Sono tante le amicizie qui, in parrocchia. Ed è proprio la condivisione dell’amicizia quello che più mi ha convinto a diventare prete e a sopportare i momenti di difficoltà, non pochi, fatti anche delusioni cocenti, anche da parte di alcuni stretti collaboratori, ma la vita è fatta anche di questo. E, appunto, l’amicizia di tanti è riuscita a portarmi sempre sul binario corretto. La parrocchia si è distinta per le iniziative benefiche che abbiamo organizzato.

Tra queste c’è il fondo di solidarietà.

«È tra le cose più belle: dopo un anno e mezzo in San Giuseppe, due persone nel giro di due giorni sono venute a parlarmi dicendo che bisognava organizzare qualcosa di strutturato per permettere ai poveri di essere aiutati e a chi ha di donare. Ci siamo attivati ed è nato questo fondo di solidarietà che ha sostenuto tra bollette, affitti e utenze in generale, al di là dell’aiuto alimentare. Sono stati raccolti quasi 200mila euro in cinque anni, grazie alla spontanea generosità di chi condivide».

Chi si sente di ringraziare in particolare?

«Per l’amicizia, l’affetto e il bellissimo rapporto don Gildo. Ma vorrei ringraziare anche il vescovo Staffieri: mi ha accolto lui in seminario e ha avuto una delicatezza quasi da nonno. Lo stesso si può dire per il vescovo Tinti. Di Cavina dire che mi ha buttato la Croce sulle spalle, è un ringraziamento strano, ma è stata un’esperienza vitale per un cristiano. Il vescovo Erio mi ha prestato grande apertura mentale, stima, confronto e umanità grande. Poi ci sono gli amici dell’Azione cattolica, dell’Agesci, della parrocchia, ma anche dell’arrampicata, della montagna.

Quali sono le prime cose che farà in Canada?

«Da Yellow Knife con un’équipe di quattro persone andremo a fare servizio in queste tre comunità a 300 chilometri raggiungibili solo in aereo e cercheremo di far ripartire la vita cristiana dove non c’è più. Dopo un sinodo diocesano, grazie al quale è iniziato un processo di riconciliazione legato a una storia di soprusi e violenze subite dalle popolazioni indigene, dal 1991 diversi nativi hanno assunto ruoli di leadership come responsabili pastorali delle comunità cristiane. Sarà una ripartenza organizzata con altri, ma mi dovrò scontrare con un passato emerso nella sua problematicità».

Da tempo la chiesa fa i conti con una crisi delle vocazioni, lei la sta implementando. Qual è la sua ricetta?

«Non credo che ci sia crisi delle vocazioni, c’è crisi di preti e non solo a livello numerico, ma anche d’identità. Fino a oggi abbiamo seguito un modello di prete molto vicino ad alcune immagini del Vangelo di San Giovanni, che si identifica nella figura del pastore, sorvegliante delle pecore. In una chiesa che ha una sorta di controllo sociale molto forte, c’è bisogno di una figura di qualcuno che conosca tutto e tutti. Una volta si andava dal parroco dai carabinieri o dal farmacista. Questo tempo è finito: viviamo in una società liquida. Oggi serve una figura alla San Paolo: non più un prete con le mani in pasta dappertutto, ma un prete ispiratore verso i fedeli che vivrebbero la propria responsabilità di persona battezzata». —

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