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La mazzata della pandemia: povero un italiano su dieci

Francesca Conti

Più di due milioni di famiglie hanno bisogno di aiuto: mai così tante dal 2005 L’incremento dei nuovi indigenti è stato più netto al Nord che nel Meridione

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Francesca Conti

ROMA. Prima delle cicatrici, quello che il Covid lascia sul tessuto sociale italiano è una profonda ferita. Un colpo che riguarda oltre 5,6 milioni di persone che nell’anno più duro della pandemia sono cadute in povertà assoluta. La fotografia è dell’Istat, che evidenzia un cambio di rotta in quella che per anni è stata una tendenza positiva del Belpaese: torna a crescere la povertà assoluta. Nel 2020 si sono trovate in questa condizione poco più di due milioni di famiglie.

MAI COSì TANTI POVERI

Il bilancio porta al 7,7 per cento il totale delle famiglie povere dal 6,4 del 2019. Si tratta appunto di oltre 5,6 milioni di individui. Nell’anno della pandemia la povertà assoluta raggiunge così il livello più elevato dal 2005. E ci sono altre 2,6 milioni di famiglie in una condizione di povertà relativa. «Dati drammatici. È un record. È improprio dire che si tratta dei dati peggiori degli ultimi quindici anni solo perché le serie storiche sono iniziate nel 2005, come se prima la povertà fosse più grave. Sono quelli peggiori di sempre. È un primato storico, mai registrato prima», osserva Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.

SOPRATTUTTO AL NORD

I dati lasciano trasparire un’evidenza finora solo accennata dai report sulle conseguenze del Covid: la pandemia ha colpito soprattutto le Regioni del Nord Italia. Se infatti l’incidenza delle famiglie in indigenza assoluta si conferma più alta nel Mezzogiorno (9,4 per cento), nell’anno del virus la crescita più ampia si registra al Nord dove la povertà familiare sale al 7,6 per cento dal 5,8 dell’anno precedente. Così se nel 2019 le famiglie povere del nostro Paese erano distribuite in modo quasi uniforme al Nord (43,4 per cento) e al Sud (42,2), nel 2020 arrivano al 47 per cento al Nord contro il 38,6 del Mezzogiorno, con una differenza in valore assoluto di 167mila famiglie.

IN CODA PER UN po’ di cibo

Un fenomeno riscontrato anche dalle associazioni che hanno a che fare direttamente con la povertà. «Quelle tante persone che tiravano avanti a fine mese grazie a lavoretti saltuari sono stati i primi a saltare, era abbastanza normale che sarebbe successo: da noi le code per il pane e il cibo non sono mai cessate, anzi si sono allungate un po’ di più», spiega Luigi Rossi, vicepresidente dell’associazione di volontariato Pane Quotidiano Milano. «Nell’ultimo periodo abbiamo visto un aumento nei nostri passaggi del 15 per cento, fino a 4mila persone al giorno. Chi era già sulla soglia della povertà ha avuto la mazzata finale», prosegue sottolineando che «la vera sfida sarà quando finiranno gli ammortizzatori sociali: speriamo di sbagliare, ma le difficoltà rischiano di essere davvero tante».

L’analisi dei politici

Le cifre sulla povertà innescano la reazione di diversi esponenti politici. «Di questi dati bisogna tenere conto quando si parla di reddito di cittadinanza o del reddito di emergenza», spiega Maria Cecilia Guerra (Leu), sottosegretaria al Ministero dell’economia. Dal M5S il deputato Sebastiano Cubeddu sostiene che i dati confermano che «il Covid ha cancellato» i passi avanti fatti dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza. Anche per Antonio Misiani, responsabile Economia del Pd, l’Istat «confermano gravità delle ricadute sociali della crisi Covid e la necessità di accelerare il cantiere del nuovo welfare, rafforzando in modo strutturale l’efficacia della rete di protezione sociale del Paese». —

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