Frattina, sentenza del Consiglio di Stato salva il Comune
I proprietari non saranno risarciti con mezzo milione Area inquinata dalle ceramiche e occupata da scarti edili
Saverio Cioce
CASTELVETRO. Il Consiglio di Stato rovescia la sentenza del Tar di Bologna e rispedisce al mittente le contestazioni dei proprietari dell’area della Frattina, il fondo agricolo riempito di fanghi tossici delle ceramiche dove pure sono stati accumulati i materiali di scarto per la costruzione della vicina Pedemontana.
«Non dovete rivolgersi alla giustizia amministrativa - hanno detto in buona sostanza - ma al giudice civile. La pubblica amministrazione dell’ente locale, chiamata in causa in ultima istanza, non è responsabile della situazione che si è venuta a creare per la lunga catena di questioni amministrative che si sono venute ad accumulare, in varie fasi, per più di tre lustri».
Pertanto il Comune di Castelvetro non deve pagare il mezzo milione di euro che avrebbe dovuto pagare obbedendo al Tar.
È questa la sostanza della sentenza appena pubblicata in cui i supremi giudici amministrativi ribaltano le motivazioni per cui i loro colleghi di avevano dato ragione in primo grado a Roberto Rubbianesi e Maria Manfredini, proprietari del fondo agricolo.
Mentre per arrivare alla prima decisione, quella favorevole a loro, ci sono voluti quattordici anni, per l’appello ne sono bastati due. Così tira un grosso sospiro di sollievo il sindaco, che non deve mettere in crisi il bilancio per acquisire un terreno inutilizzabile. Di più: i giudici romani non solo hanno contestato la mancanza di opposizione alla prima ordinanza del sindaco, nel 2005, in cui veniva notificata l’occupazione temporanea di buona parte del podere su cui erano depositate le terre di scavo dei vicini cantieri stradali. «Altro che occupazione temporanea - lamentavano i proprietari - Di fatto siamo stati espropriati senza ricevere un quattrino e senza poter coltivare i nostri terreni per un decennio. Vogliamo essere risarciti e riavere il nostro terreno pulito, per tornare a coltivazioni agricole».
Gli enti locali, par di capire tra le righe della sentenza del Consiglio di Stato, si sono salvati per il rotto della cuffia perchè di fatto non hanno reso provvedimenti, non hanno messo nulla nero su bianco. A parte il documento originario sull’occupazione temporanea, negli anni successivi si sono rimpallati le competenze e hanno costretto i vicini a uno stato di fatto, a una convivenza con i rottami. Ma dopo le prime carte bollate hanno cominciato a portar via i rottami di scavo, hanno eliminato l’indispensabile insomma, facendo anche alcuni lavoretti per evitare la fuoriuscita di materiale inquinante nel fiume lì a fianco. I proprietari ora hanno novanta giorni per iniziare, eventualmente, una causa civile per fare il ristoro dei danni subiti. —
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