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Lo storico Taurasi «Canzone senza tempo da insegnare nelle scuole È presente e memoria»

Gabriele Farina
Lo storico Taurasi «Canzone senza tempo da insegnare nelle scuole È presente e memoria»

Le origini del canto divenuto un inno simbolo della Resistenza  Tradotta in più di 50 lingue, viene cantata ovunque nel mondo  

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l’intervista

Gabriele Farina

«Occorre insegnare Bella Ciao nelle scuole».

Il carpigiano Giovanni Taurasi è laureato in Storia contemporanea. Taurasi vanta collaborazioni con l’Istituto storico di Modena e libri sulla Resistenza e sull’Antifascismo. Le radici della canzone si perdono nel tempo, ma il significato resta attuale.

Quali sono le ipotesi più plausibili sulla nascita di Bella Ciao?

«Sulle origini ci sono più dubbi che certezze, nonostante esistano studi approfonditi in materia, come quelli di Cesare Bermani. Ma non ci sono, comprensibilmente, documenti scritti che possano accertarne l’origine. Tutte le ricerche si fondano su testimonianze orali, a volte smentite da altre successive. In passato, il brano è stato ricondotto all’esperienza della Repubblica di Montefiorino, poi alle vicende della brigata abruzzese Maiella. Tuttavia, non ci sono prove certe che sia stata cantata dai partigiani durante la Resistenza. Sant’Agostino diceva che chi canta prega due volte, ma nella Resistenza è un po’ diverso: chi canta, rischia di beccarsi una pallottola. Non mancavano i momenti di socialità e molti furono gli spostamenti, ma si doveva agire nel silenzio e senza farsi riconoscere e individuare».

Perché a suo giudizio è diventata tanto popolare da essere un inno della Resistenza e alla Resistenza?

«Credo abbia inciso proprio la sua origine misteriosa, ma al contempo la capacità, sia dal punto di vista melodico che nelle parole, di evocare uno stato d’animo. Dell’inno dei lavoratori o dell’Internazionale si conoscono la storia e persino le partiture. Invece Bella Ciao è spuntata, non si sa con precisione dove e quando. Eppure, si è affermata come canto popolare ed è diventata poi l’inno della Resistenza, prevalendo su Fischia il vento. Può darsi che appartenga a quella che lo storico Hobsbawm chiama “invenzione della tradizione”. Intendiamoci, lo dico in termini positivi. Affonda le sue radici in un sentimento popolare. E appartiene a tutte le culture antifasciste».

All’estero, Bella Ciao è tra le canzoni italiane più conosciute. Una volta si studiava la canzone nelle scuole. Oggi sarebbe attuale l'insegnamento?

«Perché non dovrebbe esserlo? È una canzone in fondo senza tempo. È stata tradotta in più di cinquanta lingue e dal Vietnam alle rivoluzioni arabe è stata cantata ovunque nel mondo. Negli ultimi anni l’abbiamo sentita cantare da movimenti ecologisti e perfino in una serie di Netflix. Abbiamo una Costituzione antifascista e dunque non vedo la contraddizione. Però occorre insegnarla, legandola alla vicenda che evoca, ovvero lo spirito di fratellanza e di sacrificio di una generazione pronta a rischiare tutto per la libertà. Uno spirito appunto senza tempo».

Come si potrebbe spiegare il valore di Bella Ciao e della memoria ai giovani?

«La sua melodia e le sue parole evocano un sentimento diffuso: da una parte la disperazione di chi si sente oppresso, dall’altra la ribellione e il riscatto, anche a costo della propria vita. È una canzone fatta per i posteri, che onoreranno appunto il fiore del partigiano morto per la libertà. C’è la consapevolezza della possibile fine tragica, ma questo è il fascino delle sue parole. Non è un brano che parla di passato, ma di presente e di memoria». —

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