«L’alias in università è un pericolo» «Cosa dici? Qui siamo precursori»
Rossini (Pdf) contro il progetto votato dal Senato: «Piegati». Bignardi (Pd-Arcigay): «Scelta civile»
Gabriele Farina
Una conquista o un pericolo? Un’iniziativa da “scherzi a parte” o una scelta che precorre i tempi? La carriera alias adottata dall’ateneo di Modena e Reggio per l’autodeterminazione del genere solleva reazioni non neutre. «Se un ateneo di grande prestigio quale è quello modenese arriva a piegarsi in modo così evidente all’agenda Lgbtq significa che i bambini e i giovani sono davvero in pericolo», attacca Elisa Rossini, capogruppo di Fratelli d’Italia-Popolo della Famiglia in Consiglio comunale. La possibilità di un iscritto a Unimore di scegliere il genere di appartenenza suscita un caso politico.
«Anche per questo motivo l’opposizione al disegno di legge Zan che introduce per legge, sanzionando penalmente i dissenzienti, la fluidità di genere deve essere decisa e senza compromessi», incalza Rossini. Le sanzioni penali previste dal ddl Zan si concentrano sull’articolo 604 bis del codice penale. Tale testo disciplina i reati di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa.
Il ddl Zan allarga il campo delle tutele, aggiungendo i motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità. La stessa aggiunta è valida per l’articolo 604 ter del codice penale, che regola le aggravanti dei reati. In base al decreto Zan, l’identità di genere va intesa come «l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione».
«Assolutamente a favore» del ddl Zan e della carriera alias è Alberto Bignardi, consigliere Pd e consigliere nazionale di Arcigay. «Tutte le migliorie vanno accolte positivamente – spiega Bignardi – anche se leggi e documenti perfetti non esistono».
Il Senato accademico dell’ateneo ha dato il via libera alla carriera alias dopo un lungo percorso. «Il regolamento del 2016 non era visto bene dalle persone “T” (transessuali) – aggiunge Bignardi – perché i professori avevano notizia del genere e avrebbero potuto cambiare il voto. Con la carriera alias si può scegliere come procedere nella propria carriera in modo più anonimo, senza aver per forza una vita sotto i riflettori».
Le tutele della carriera alias sono estese a tutto il personale Unimore, ma per Bignardi la strada è ancora lunga. «Bisogna uniformare i generi a tutti i livelli – ribadisce il consigliere Pd – dai bagni alle file per votare. Sarebbe bello se gli enti locali si muovessero in tal senso, ma ci sono ancora tanti esempi: sussistono lavori in cui gli uomini sono ancora preferiti alle donne».
La carriera alias è stata approvata all’unanimità del Senato accademico. «Il voto risulta unanime solo perché, per il punto in questione, avevo già dovuto lasciare la seduta per cause personali», precisa Maddalena Barbieri Manodori, senatrice di Azione Universitaria. E ora si chiede perché sia stato necessario riformare il regolamento esistente ancor prima della decisione del Senato (inteso come palazzo Madama) sul ddl Zan. «Il tema è delicato – giudica la senatrice Unimore – e va valutato anche da un punto di vista etico e giuridico. Introdurre una carriera alias permette di introdurre un’identità diversa: saranno due identità?».
Non ha dubbi Alessio Dondi, rappresentante eletto di Unione Universitaria (Udu). Sui social Dondi risponde per le rime a Giovanardi con un’arringa chiusa da una frase che risuona come una sentenza: «L’università è, e sarà sempre, un luogo inclusivo e all’avanguardia. La carriera alias è un grande primo passo – ribadisce poi al telefono il rappresentante Udu – Unimore è uno dei pochi atenei in Italia a muoversi verso un’università sempre più inclusiva. L’università precorre i tempi della politica, ben venga questo atteggiamento». —
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