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«Così non può andare Tante prescrizioni e indagini svilite»

«Così non può andare Tante prescrizioni e indagini svilite»

I magistrati: «Non si tiene conto dei carichi di lavoro Priorità per certi reati? Esiste, ma tutti vanno perseguiti»

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L’ANM Emilia-Romagna, di cui fanno parte i magistrati modenesi Eleonora Pirillo e Giuseppe Amara, condividendo le perplessità avanzate a livello centrale, esprime profonda preoccupazione per il contenuto della “riforma Cartabia”. «Non si può che rilevare l’impatto dirompente se rapportata alle specificità della giustizia emiliana – scrive la giunta regionale – Pur con taluni interventi funzionali allo snellimento del processo (si pensa all’estensione della disciplina della messa alla prova o ai correttivi in tema di notifiche, un’occasione persa è invece quella dell’introduzione del giudice d’appello monocratico originariamente prevista) ed all’implementazione dell’uso delle risorse informatiche anche nella celebrazione delle udienze, sono vari i punti che suscitano perplessità».

L’elenco è piuttosto lungo: «Innanzi tutto – analizzano i magistrati – l’introduzione di una causa di improcedibilità correlata al decorso dei termini di durata del processo: due anni per il grado di appello, un anno per il grado di legittimità. Decorso il termine, in assenza di pronunciamento, il reato diviene improcedibile, introducendo una sorta di prescrizione processuale. Esclusi dalla disciplina sarebbero esclusivamente i reati puniti con pena dell’ergastolo, con previsione, per i reati più gravi, di un’estensione del tempo necessario a dichiarare l’improcedibilità di un anno per l’appello e sei mesi per il giudizio di legittimità. Una riforma che, di fatto, è pensata senza tener conto dei carichi di lavoro delle sedi giudiziarie, ovvero se ne fa carico, adottando una soluzione dagli effetti dirompenti. Per esempio, nel nostro territorio, come emerso da una recente analisi statistica sui dati della Corte d’Appello di Bologna, i procedimenti iscritti sino al dicembre 2018 ed attualmente pendenti sono pari al 42,51% dei procedimenti totali (7.320 su 17.218); tali processi, applicando la disciplina che si vuole introdurre, si chiuderebbero con l’improcedibilità dell’azione penale. In tal modo verrebbero frustrate le legittime richieste di giustizia delle migliaia di persone offese interessate che avrebbero, come unica alternativa percorribile, quella del giudice civile, quanto meno per i profili di natura risarcitoria».

C’è poi il fronte operativo della Procura: «Con lo sguardo agli uffici della Procura – ribadisce l’Anm – preoccupa la previsione di un’obbligatorietà della discovery degli atti di indagini correlata ai termini di fase che mal si concilia con il doveroso approfondimento e la serena valutazione delle vicende di maggiore complessità giuridica e sostanziale, consentendo, potenzialmente, all’indagato l’accesso agli atti anche, in ipotesi e per come allo stato formulata, nel periodo nel quale il gip sta valutando l’emissione di ordinanze cautelari, vanificando ogni effetto “a sorpresa” e in molto casi le esigenze cautelari stesse».

Ancora, la riforma affida al legislatore l’individuazione dell’ordine di priorità dell’intervento penale. «Ad oggi, il sistema prevede l’obbligatorietà costituzionale dell’esercizio dell’azione penale; inoltre, esistono già disposizioni di legge che consentono di canalizzare questo obbligo nella realtà quotidiana, caratterizzata da un’enorme mole di procedimenti, anche per fatti lievi; c’è una norma che disciplina l’ordine di priorità nella trattazione dei procedimenti in base alla gravità del reato; ci sono disposizioni che introducono termini più stringenti di indagini per taluni reati (ad esempio omicidio stradale, maltrattamenti, stalking) ed ancora è presente un istituto che consente, per reati meno gravi, di avanzare la richiesta di archiviazione in presenza di particolare tenuità. Il sistema processual-penale conosce già dei correttivi. Affidare al legislatore l’individuazione dell’ordine di priorità è una precisa opzione di politica criminale, che comporta un delicato e difficile onere di valutazione. La Giustizia ha bisogno di risorse, come previsto nell’originaria versione del testo che includeva l’assunzione di 500 giudici onorari d’appello e 1000 unità di personale non amministrativo, disposizione oggi soppressa; ha bisogno di investimenti per l’implementazione dell’organico della magistratura (nel nostro distretto l’organico è di 513 magistrati di cui 83 vacanti, pari al 16,18%, con un dato nazionale di 10.433 unità di cui vacanti 1.479, pari al 14,18%) e del personale amministrativo; bisogna investire sulla formazione perché la stessa sia funzionale a velocizzare il rito, in un’ottica di digitalizzazione del procedimento che, se per la giustizia civile ha raggiunto livelli adeguati con l’entrata a regime del PCT (seppur, proprio di recente, si sono registrati gravissimi disservizi), nel rito penale sconta ancora numerosi limiti». —

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