Il “salvagente” dei giovani di Nonantola per fermare il dramma in Mediterraneo
L’associazione “Anni in fuga” segue i richiedenti asilo e i migranti
Chiara Pignatti
NONANTOLA. Un incontro sentito e speciale quello avvenuto tra piazza Liberazione e il teatro Troisi. Diversi gli ospiti invitati per parlare del tema del Mediterraneo e dello stato delle persone che giungono in Italia. L’associazione “Anni in Fuga” a partire dallo scorso anno ha iniziato a creare ed organizzare in estate diversi incontri per ravvivare la piazza e poter coinvolgere persone in temi importanti e di interesse collettivo. «L’idea era quella di iniziare con un momento di leggerezza per potersi ricontrare dopo la pandemia - esordisce Giorgia Ansaloni, coordinatrice di “Mediterranea Nonantola” - per poi portare al centro un tema che da sempre è nel cuore di “Anni in fuga”, ovvero il dramma del Mediterraneo». L’associazione di volontari segue i richiedenti asilo e i migranti giunti in Italia. Dal 2017 la rete solidale accoglie e sostiene coloro che sono scappati agli orrori di quelli che dallo stesso Papa Francesco ha definito un lager, in cui avviene una sistematica violazione dei diritti umani. Diversi gli ospiti della serata: don Mattia Ferrari, cappellano di bordo di Mediterranea Saving Humans e vice parroco di Nonantola, l’onorevole Rosy Bindi, già presidente della commissione Antimafia, Lucia Musti, sostituto procuratore, Nello Scavo giornalista d’inchiesta di Avvenire ora sotto scorta e il cardinale di Bologna Matteo Maria Zuppi. Don Mattia, gran sostenitore del progetto e affezionato all’associazione “Anni in fuga”, ha ricevuto minacce da un profilo Twitter che è stato ricollegato a diversi servizi segreti legati a quella che viene chiamata guardia costiera libica. Le stesse sono avvenute dopo che lui aveva denunciato come nei campi di prigionia libica ci siano situazioni gravi e di mancato rispetto dei diritti umani. «Da questa vicenda è nata una grande risposta di solidarietà da parte di tutti noi - continua Giorgia - e gli stessi esposti dell’Onu confermano una grave urgenza e mancanza di interesse in queste vicende». «In Libia si consuma una tragedia che si può definire come una distruzione dell’umano con la nostra colpevole complicità - spiega don Mattia - Non è nazismo, però ci sono forti analogie. I nostri nonni e bisnonni hanno lottato per avere riconosciuti dei valori e diritti umani fondamentali dopo la fine della guerra, ci hanno lasciato in eredità questo dono. Per questo occorre soccorrere e proteggere ogni essere umano, soprattutto questi ragazzi che sono sopravvissuti a lager e tragedie». «Noi siamo qui ospiti di questa serata per portare solidarietà a Don Mattia - attesta Rosy Bindi - e poter raccontare la nostra vicenda e la nostra impressione. Il nazismo è una cosa unica al mondo, ma dal punto di vista materiale stanno ancora accadendo diverse cose e situazioni, proprio qui e ora anche mentre parliamo». La conferenza ha portato testimonianze e un senso di consapevolezza da parte dei presenti, degli stessi ragazzi che sono scappati e hanno vissuto le torture e gli orrori dei lager in Libia, in quei campi di prigionia. Un appello a non voltarsi dall’altra parte ma di dare valore alla vita umana, ad aiutare chi ha bisogno e non solo agire in uno stato emergenziale. Essere portatori di quei valori per cui i nonni o bisnonni, hanno combattuto e lottato affinché certi orrori non si ripetessero. —
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