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Traffico ai minimi per i lockdown: lo smog padano si è ridotto di poco

Carlo Gregori

Ricerca internazionale con Unimore: «Le misure anti Covid hanno avuto un’incidenza modesta sull’inquinamento»

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Carlo Gregori

Lo smog padano non è dovuto solo alle auto. Il calo drastico del traffico nei giorni del lockdown 2020 e anche nei periodi “in zona rossa” durante le maggiori restrizioni anti Covid hanno avuto un impatto minore del previsto sull’inquinamento atmosferico nella Pianura Padana, notoriamente una delle aree più inquinate d’Europa. Contrariamente a quanto si poteva pensare, nei giorni in cui le strade erano vuote il particolato è sceso del 30 per cento e non in misura più sostenuta. Allo stesso tempo sono saliti i valori dell’azoto e dell’aerosol. Questo induce gli scienziati a pensare che il sistema dello smog prevede delle componenti diverse e soprattutto un’interazione tra loro che dovrà essere approfondita. Soprattutto quando l’ozono è aumentato e le reazioni chimiche dei gas organici con gli ossidanti sono aumentate. È questa la conclusione a cui è arrivato uno studio internazionale, al quale hanno partecipato Alessandro Bigi di Unimore a e Angela Marinoni dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac), Lo studio era finalizzato alla comprensione degli effetti, sui diversi inquinanti che influenzano la qualità dell'aria in Pianura Padana, delle restrizioni alla mobilità dovute alla pandemia di Covid-19, una sorta di gigantesco esperimento scientifico irripetibile.

L'area padana è famosa per avere uno dei peggiori standard di qualità dell'aria in Europa ed è fortemente influenzata dalle attività antropiche. Lo studio, coordinato dall’Università di Helsinki, è stato condotto tra gruppi di ricerca in Finlandia, Italia e Svizzera e i risultati sono stati pubblicati sulla rivista “Environmental Science: Atmospheres”.

Angela Marinoni del Cnr-Isac, autrice della ricerca, spiega: «Le simulazioni del modello hanno indicato che, poiché le emissioni di ossidi di azoto sono state ampiamente ridotte, le reazioni chimiche dei gas organici con gli ossidanti atmosferici sono aumentate. Questo processo potrebbe aver favorito la formazione di nuove particelle organiche». «I risultati degli studi - prosegue la ricercatrice - mostrano che le ridotte emissioni da traffico portano a una forte riduzione degli ossidi di azoto, mentre hanno avuto un impatto limitato sulle concentrazioni in massa di aerosol e addirittura a un aumento degli inquinanti secondari, contribuendo a una migliore comprensione di come si forma l'inquinamento atmosferico nella Pianura Padana. In particolare, gli studi mostrano che, nonostante la forte riduzione della mobilità delle persone e delle emissioni da traffico di ossidi di azoto (ridotte di oltre 30%), le concentrazioni in massa di aerosol sono rimaste pressoché invariate rispetto agli anni precedenti. Gli inquinanti secondari come l'ozono, invece, hanno mostrato un aumento delle concentrazioni medio del 5%». «Questi risultati - spiega Angela Marinoni - sono stati confermati da un modello che simula la restrizione del traffico causata dal Covid, indicando che l'aumento della capacità di ossidazione complessiva dell'atmosfera, legata ad inquinanti molto reattivi come l’ozono, potrebbe aver accelerato la reattività chimica atmosferica e quindi potenziato la formazione di nuovi aerosol».

Il professor Alessandro Bigi di Unimore spiega cosa può essere accaduto in quei giorni allo smog che gravitava sopra le nostre teste: «La Pianura Padana può essere pensata come un enorme reattore con moltissime sostanze chimiche. L'alterazione di uno degli ‘ingredienti’ può innescare risposte non lineari nelle concentrazioni degli inquinanti atmosferici. In conclusione, la riduzione delle emissioni da traffico ha avuto scarso impatto sulle concentrazioni di particolato, forse evidenziando l'importanza di altre fonti di emissioni nell'area padana».

«Caratterizzare accuratamente l'evoluzione di tali categorie di emissioni è di fondamentale importanza per migliorare la comprensione dell'inquinamento atmosferico e ridurre le incertezze nei futuri scenari di qualità dell'aria», conclude Bigi. —

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