«Medici di famiglia: ne mancano ancora 40 La Regione cosa fa?»
Nella nostra provincia mancavano 53 medici di famiglia. Dopo l’intervento del Servizio sanitario regionale ne mancano ancora 40. Anche la politica si sta interessando di questo serio problema. A lanciare l’allarme è il consigliere regionale della Lega Simone Pelloni che, attraverso un’interrogazione, ha chiesto alla giunta regionale come intenda affrontare la situazione a Modena e nelle altre province: «A Modena - scrive - mancano i medici di base. Dei 53 posti vacanti, con l’ultima selezione ne sono stati coperti solo 13. Analizzando nel dettaglio il dato per singoli distretti si evidenzia come la situazione sia particolarmente drammatica per alcuni di essi; a Pavullo dei 6 posti vacanti nessuno è stato coperto, così come a Mirandola, nessuna assegnazione; nel distretto di Vignola solamente 1 dei 7 posti vacanti riservati a medici di medicina generale è stato coperto” si legge nell’atto ispettivo». Prosegue Pelloni: «Oggi per i medici di famiglia oltre il 60% dei posti pubblicati in Regione resta, senza pretendenti a un posto a tempo determinato” ha denunciato anche il sindacato medici Snami di Bologna. Per sopperire a questa grave carenza di medici di famiglia e le Ausl della Regione utilizzano oggi medici neolaureati o altri professionisti privi del diploma di formazione specifica in medicina generale richiesto dalla legge, i quali restano generalmente in assegnazione per sei mesi o un anno, non garantendo dunque alcun rapporto di continuità con i pazienti, i quali si rivolgono al proprio medico di base nella piena consapevolezza».
Sul tema, con analoghe considerazioni, interviene anche Michele Barcaiuolo, consigliere regionale di Fratelli d’Italia, firmatario di un progetto di legge sul tema: «È necessario difendere l’universalità del nostro Servizio Sanitario Nazionale dal rischio di gravi carenze assistenziali, soprattutto in quelle aree periferiche e disagiate dove esso rappresenta il primo e spesso l’unico riferimento per la salute dei cittadini. Gli abitanti di tali aree geografiche, infatti, risultano essere svantaggiati in termini di assistenza sanitaria con una evidente violazione dei diritti fondamentali e dei principi di uguaglianza sanciti nel dettato costituzionale».
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