«Umiltà, giustizia rispetto e fede» L’insegnamento di don Cavazzuti
In mille per l’addio al sacerdote, organizzato anche in Brasile «Lui perse la vista, noi aprimmo gli occhi sulle ingiustizie»
Serena Arbizzi
«Umiltà, rispetto, fratellanza, giustizia, fede: queste le tue “parolacce”, che se tutti fossero come te il mondo sarebbe migliore. Sono le cose che ci rimarranno più impresse: parole a volte taglienti, che ci hanno insegnato valori profondi».
C’erano almeno mille persone a sfidare il caldo e le vacanze estive, ieri mattina, tra i banchi della Cattedrale, per stringere in un grande abbraccio l’amatissimo don Francesco Cavazzuti. La funzione religiosa, celebrata dal vescovo Erio Castellucci, ha visto la partecipazione del presbiterio e l’arrivo di numerose personalità del mondo cattolico. Tra queste, il vescovo di Cesena Sarsina don Douglas Regattieri, nativo di Concordia, per anni a Carpi. Il sindaco Alberto Bellelli ha reso omaggio a don Cavazzuti, così come Adamo Neri, Dante Colli, Brunetto Salvarani, Nadia Bertelli, Maurizio Gasparini con la corale del Duomo.
Generosità e coraggio: questi alcuni degli insegnamenti che lascia il sacerdote, che tra gli altri incarichi ha ricoperto quello di cappellano nelle fabbriche, missionario per 40 anni in Brasile, dove nel 1987 venne raggiunto da un colpo di pistola che lo rese cieco. La nipote Teresa Cavazzuti ha ricordato quelle che lui, scherzosamente, definiva “parolacce”: le qualità che come umiltà e rispetto, lo hanno reso caro. Mentre il nipote Claudio Cavazzuti ha letto un brano dei Salmi.
Una stola rossa con un mazzo di rose bianche sul feretro: una semplicità, colma di significato, emerso dal testamento spirituale di don Francesco, letto dal vescovo, che passa da quando Cavazzuti faceva l’insegnante di religione al Nazareno di don Ivo, fino a quando, cappellano di fabbrica, lottava contro l e ingiustizie. Don Cavazzuti ringrazia chi gli ha dato sostegno al tempo dei tre processi e delle richieste di espulsione in un inno di gratitudine che incoraggia a «essere forti, a non avere paura: Cristo ha vinto il mondo».
«Il 27 agosto 1987 – ricorda Castellucci rievocando il giorno in cui spararono a don Cavazzuti– ha rappresentato una grande svolta. Un catechista, all’epoca gli disse: “Tu ha perso la vista, ma noi abbiamo aperto gli occhi”, riferendosi all’esempio di don Francesco che rende consapevoli dell’incompatibilità tra Vangelo e ingiustizia. Don Francesco che chiamava Antonio il killer che lo doveva uccidere. Si è sempre mostrato libero dai compromessi fin dai suoi primi incarichi in diocesi. E nel 1969, dopo tre richieste, ottenne di partire per quelli che sarebbero diventati 40 anni trascorsi in Brasile. A chi gli chiedeva se era portato per la missione lui rispondeva: “Sai amare? Se sì, puoi partire”».
Castellucci ricorda un aneddoto relativo all’ultimo incontro con il sacerdote: «Eravamo alla Casa del Clero, mi chiese come andavano i seminaristi. Io gli risposi con un elogio. “Bene, speriamo che la imitino”. E lui: “Meglio che imitino Gesù”».
Intensa e toccante, la testimonianza dal pulpito del fratello Tommaso: «Leggeva il Vangelo nella sua realtà concreta. In Brasile gli dicevano che gli era stata risparmiata la vita perché lì potessero avere “martiri vivi”. A Goias hanno inteso celebraro l’addio alla nostra stessa ora. Il suo messaggio non sarà sepolto con lui, rimarrà nei nostri cuori.
La testimonianza di don Cavazzuti è raccolta in un volume disponibile all’ufficio missionario: “Salmi dal buio”, il cui incasso andrà a favore della diocesi di Goias.
Un saluto affettuoso è stato rivolto anche dal vescovo emerito Francesco Cavina: «Ora, don Francesco intercede per la Chiesa di Carpi».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google