Quelle ombre nere sulla vita di Dorando Pietri
Con la ricerca negli archivi ha trovato i verbali della polizia e gli atti del processo «Violenza politica a Modena dal 1919 al 1921, il corridore sempre in prima fila»
Saverio Cioce
Maratoneta ed eroe sportivo sfortunato. Ma anche fascista della prima ora e squadrista senza tentennamenti, presente in più occasioni in spedizioni punitive sino all’ultima, esattamente un secolo fa, quando furono uccisi due cattolici, poco più che adolescenti che frequentavano la parrocchia, che uscivano da una sala da ballo improvvisata a Quartirolo.
È questo il ritratto, puntuale quanto dissacratorio, descritto dallo storico Fabio Montella in un libro di prossima pubblicazione in cui ha tirato fuori i verbali del processo e degli interrogatori dopo i fatti di sangue del 24 giugno 1922. L’anticipazione pubblicata arriva nel pieno delle Olimpiadi, con l’Italia ancora in delirio per il pieno di medaglie, i trionfi nell’atletica e i fiumi di parole per chi ha paragonato l’impresa sui 100 metri di Jacobs alla potenza atletica di Dorando Pietri.
Di più. Le scoperte d’archivio, inequivocabili, squarciano il velo sulla favola - coltivata con metodo - dell’italiano, eroico e sfortunato, vincitore morale di una maratona in cui solo il sostegno non richiesto di un giudice di gara lo fece inciampare nei regolamenti della corsa, escludendolo dal primo posto sul podio.
Per Carpi è un risveglio amaro. Al corridore, vissuto a Sanremo tutta la vita dopo i fatti di sangue per cui fu processato a Carpi, sono state intitolate polisportive, bar, strade. E a cui pure è stata dedicata una statua gigantesca al centro di una rotatoria, nel 2008, a un secolo di distanza dalla gara in Inghilterra.
«I meriti sportivi di Dorando Pietri non sono in discussione - spiega Montella - Nella mia ricerca, lavorando sulle carte conservato agli Archivi di Stato di Roma e Modena, ho cercato gli atti dei processi, i verbali di polizia e carabinieri, relativi alle violenze politiche messe in atto prima della Marcia su Roma nei nostri territori. Così ho trovato gli atti relativi nell’uccisione di Agostino Zanfi e Gino Ognibene, rispettivamente di 16 e 15 anni, accoltellati all’uscita della balera. Al processo venne fuori che la sera precedente qualcuno aveva sentito cantare una strofa di Bandiera Rossa. Tanto era bastato per una spedizione punitiva. Il guidatore della Torpedo che caricò i fascisti era proprio Dorando Pietri. Anche la vettura era una delle due che appartenevano ai fratelli Pietri. Al processo sostenne di aver avuto un ruolo marginale, di aver aspettato i suoi camerati a qualche centinaio di metri di distanza. Lui non era in agguato con gli latri pronti a colpire chi usciva».
Ma veramente Pietri era all’oscuro di quello che stava preparando? Qui Montella si è superato. Fascicolo dopo fascicolo, nei chilometri di documenti polverosi tra gli scaffali, ha tirato fuori anche il verbale del primo interrogatorio reso al vicecommissario Oreste Pranzo, in cui minimizza il suo ruolo nell’aggressione. Il funzionario di Polizia però non ha dubbi: «Non poteva non sapere - scrive in buona sostanza al giudice - Li ha portati in macchina e li ha aspettati. Sapeva quello che succedeva come in altre tre occasioni di aggressioni a Camere del Lavoro nella provincia di Mantova. In un’occasione è stato anche identificato tra coloro che parteciparono all’irruzione e ai pestaggi».
Dorando Pietri fu ascoltato solo come testimone. Poi intervenne l’amnistia di Mussolini. E il maratoneta si allontanò da Carpi per sempre.
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